#IO TI SENTO - Irene Cao


 

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Forse non sono ancora pronta a guardarmi indietro e a considerare con totale distacco tutta quella storia. Ma per lo meno, ora, se mi capita di pensare a lui, non vado più in crisi, paralizzandomi con una fitta al cuore e un nodo allo stomaco, come succedeva tre mesi fa. Mi sono rimessa in piedi e ho cominciato da capo, un po' come quando si guarisce da una brutta influenza. Ho imparato a gestire quelle emozioni, a smontarle pezzo per pezzo. Il dolore è diminuito con il tempo, come accade ogni volta - anche se subito dopo un trauma sembra sempre impossibile superarlo - e ormai riesco a vedere Leonardo per quello che è: un amore che appartiene alla vecchia Elena, sbagliato e che non ritornerà mai. Ma mi vedo anche come una donna più saggia e sicura.

Accanto a un uomo migliore. Accanto a Filippo.


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«Ti ho vista entrare, prima. Sai, ogni tanto mi piace affacciarmi alla porta per vedere come vanno le cose in sala...» Mi sposta prendendomi per la vita, facendo spazio a uno dei suoi assistenti. Mi sorride. «Non potevo lasciarti andare così... è il destino che ti ha portata qui.»

«Ah, davvero? E per quale motivo? Illuminami.» La mia voce è dura, sprezzante.

«Vallo a sapere.» Scrolla le spalle, ridacchiando. Sto per perdere quel poco autocontrollo che m'illudo di avere ancora. «Forse solo per farci uno scherzo. Ma un destino così ironico andrebbe assecondato, non credi?»


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Per la prima volta da quando sono arrivata, guardo Roma e mi sembra di capirla. Vista da quassù, la metropoli caotica e complicata che ho conosciuto ha un aspetto meno minaccioso e si distende sorniona ai miei piedi.

«Non l'avevo mai vista così..» dico a Leonardo. «Grazie per avermi portata qui.»

Lui sorride e mi attraversa l'anima, senza chiedere il per-messo. A nessuno dovrebbe essere concesso di sorridere in questo modo, in questo posto, con questo tramonto.


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«Eri così riservato su tutto che a un certo punto ho rinunciato a fare domande» ammetto.

«Forse hai ragione. Un po' è anche colpa mia.» Sorride di nuovo, ma di un sorriso amaro. «Sai, ti ho pensata molto in questi mesi.» Abbassa un istante lo sguardo come se volesse raccogliere un ricordo. Poi si accarezza il mento e aggiunge:

«Sono stato mille volte sul punto di chiamarti».

«E perché non l'hai mai fatto?» Le parole mi escono di bocca senza che lo voglia, quasi stridule. Ho aspettato inutilmente una sua chiamata e adesso scopro che anche lui aveva voglia di sentirmi.

«E che ogni volta pensavo a cosa avrei potuto dirti e mi rendevo conto che non sarebbe stato molto diverso da quello di cui avevamo già parlato mesi prima.» Si appoggia allo schienale e resta un momento in silenzio. «Ti avrei delusa di nuovo e l'idea non mi andava.»


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«Un gran casino» dico, lasciandomi sfuggire un sospiro.

«O magari una gran fortuna» ribatte lui, pensieroso.

Restiamo un po' in silenzio, a guardare il cielo scurirsi davanti a noi. Da fuori potremmo sembrare due amici che hanno condiviso momenti importanti e, nonostante si siano fatti del male, hanno ancora voglia di ascoltarsi. Forse questo è l'ultimo atto della nostra storia, questa tenerezza amara è ciò che resta della passione assoluta di qualche tempo fa.

Eppure una fiamma dentro di me brucia ancora, nascosta sotto strati di ragionevolezza e istinto di sopravvivenza, e basta che ci sfioriamo, la mia spalla contro quella di lui, per farla divampare ancora.


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Poi ci cerchiamo sott'acqua e allacciamo braccia e gambe come fossero tentacoli. Gli sposto i capelli bagnati dal viso e lo bacio sulle labbra che adesso sanno di sale. Lui mi stringe per le cosce e mi fa sentire il suo sesso duro, poi mi sposta il costume e comincia a stuzzicarmi un capezzolo. Con l'altra mano, intanto, mi accarezza le natiche.


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Ecco cosa mi fa Leonardo. Non chiede il permesso, non si lascia conoscere, capire, e si appropria di me: mi fa sua senza incontrare resistenze, e io non riesco più a pensare a niente. Esistiamo solo io e lui in questo sperduto pezzo di mondo, su questa pietra infuocata, davanti a questo mare che assiste allo spettacolo della nostra passione e sembra incoraggiarci con le sue onde.


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«Sì, forse sono cambiata e nel bene o nel male c'entri anche tu» ammetto alla fine, mentre mi tornano alla mente alcune immagini della nostra storia, particolari che avevo rimosso o semplicemente dimenticato.

C'è un attimo di silenzio.

Poi Leonardo lo spezza.

«Mi odi ancora?»

«Certo che ti odio, ma tornassi indietro rifarei tutto. Non ho rimorsi» rispondo, guardandolo negli occhi, sicura di me come non lo sono da tempo.


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«Vorrei solo capire cosa ti passa per la testa, Leo. Vorrei sapere dove ci porterà tutto questo, in che modo possiamo continuare.»

Mi mordo la lingua per costringermi a stare zitta. Mi sono infilata in un vicolo senza uscita, me ne accorgo troppo tardi. Sto chiedendo spiegazioni all'uomo sfuggente per definizione. Questo discorso, lo so perfettamente, non porterà da nessuna parte.

«Quello che succederà domani, tra un mese o tra un anno non mi interessa, Elena» mi risponde sostenendo il mio sguardo. «Non seguo programmi, solo il mio istinto. Siamo

qui perché lo desideravamo entrambi, questo è quanto. E

dovrebbe bastarti.»


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Mi afferra le spalle, guardandomi fisso negli occhi. «Cosa vuoi sentirti dire, Elena? Che ti desidero? Sì, ti desidero, e tanto. Che questa cosa tra di noi è vera, intensa e unica? Lo è. E non ho più il controllo che pensavo di avere. Ma non ha importanza. Perché io non posso darti quello che vuoi: non ti chiederò mai di lasciare il tuo ragazzo e di cambiare la tua vita per me. Semplicemente perché noi due non siamo fatti per stare insieme.»


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Fuori il sole è ancora alto, ma non riscalda. Mentre la moto si perde per le strade di Roma, si fa largo in me una nuova certezza: se non faccio adesso la mia scelta, Leonardo mi farà male ancora. Perché il suo passato è una ferita che non ha ancora smesso di sanguinare. E che nessuno, forse,

potrà mai curare.


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Perché l'amore non può essere questa lotta sfiancante, questa scarica di vertigini, questo pugno allo stomaco. L'amore è una scelta, quella di impegnarsi giorno dopo giorno con qualcuno per un fine comune. E io ho scelto l'amore perché mi fa stare bene, perché è ciò di cui ho bisogno.

«È finita. Per sempre» dico solenne. Poi gli volto le spalle e me ne vado.


Lo guardo attraverso il finestrino, mentre le prime gocce di pioggia scivolano sul vetro, un surrogato delle mie lacrime.

L'auto inizia a muoversi nella direzione giusta, quella opposta al mio desiderio. 

Sto tornando alla mia vita e, anche se mi sento svuotata, stavolta non mi giro indietro. Leonardo ormai è solo un puntino lontano. E presto non lo vedrò più.


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Lo guardo rigirare gli scampi e le seppie con quelle mani fin troppo sicure, adagiarli sui piatti da portata con eleganza e condirli con i suoi intingoli da alchimista. La cosa stupefacente è come un corpo così virile e massiccio possa esibirsi in gesti tanto delicati e precisi.

È così maledettamente bello che avrei voglia di ammazzarlo. Di fatto lo odio, ma lo desidero con tutta me stessa, persino contro me stessa.


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«Mi ricordo bene l'ultima volta che ti ho vista davvero felice: il giorno in cui sei uscita da San Luigi con quell'uomo».

Abbasso lo sguardo, sentendomi arrossire fino alla punta dei capelli. È stato quando Leonardo mi ha rapita per portarmi al mare, uno dei giorni più belli trascorsi insieme.

«Chi era quel tipo?» domanda Martino. La sua voce si fa più coraggiosa. «Non era il tuo fidanzato, vero?»

«E tu come fai a saperlo?»

«Be', immagino che se fosse stato il tuo fidanzato me l'avresti presentato.»


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«Sai qual è la sola cosa che mi dispiace?»

«Quale?»

«Avrei voluto essere io a farti brillare gli occhi in quel modo...» Lo dice senza guardarmi in faccia, fissando un punto lontano.

Sorrido. È una dichiarazione fatta in punta di piedi, senza pretese, come se fosse già rassegnato al fatto di non potermi avere. Oh, Martino! Quanto sei diverso da Leonardo, che è stato capace di smuovere mari e monti per soddisfare i suoi desideri. Eppure era anche quella sua testardaggine, quella passione prepotente a piacermi tanto.

Lo guardo intenerita. «Tu gli occhi me li fai brillare sempre, a modo tuo.» Gli do un buffetto sulla spalla.

«Certo. A modo mio.»


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«È stata una bella festa, però... peccato... Mi stavo perfino divertendo, almeno fino a un certo punto.» Un sorriso amaro gli scopre i denti bianchi. «Poi a un tratto mi sono guardato intorno e mi sono reso conto che non me ne fregava niente di tutta quella gente.» Parla come se le parole gli uscissero di bocca suo malgrado, come se non gli lasciassero scelta. «Eri tu l'unica persona che volevo vedere, stasera.»

Belle parole, ma pronunciate troppo tardi. Dette adesso, in questo modo, mi feriscono più di un insulto.

«E sei venuto fin qui per dirmi questo?» Abbozzo un patetico tentativo di sorriso. Sto facendo uno sforzo immane per mantenere la calma.


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«Forse la nostra storia aveva un senso, al di là di tutto.»

«Storia?» Sgrano gli occhi. «E da quando sarebbe una storia? Non doveva essere un'avventura e basta?»

Per la prima volta, vedo Leonardo abbassare lo sguardo davanti a me. «Dimmi che non provi niente per me e me ne vado» mi dice in un sussurro.

«E se anche provassi qualcosa, cosa cambierebbe?» gli urlo sulla faccia. «Io voglio una vita normale, un amore normale.»

«Sei felice con lui?» Mi sta provocando, come fa sempre.

«Per favore...» Stavolta sono io che abbasso lo sguardo.

Forse con Filippo non sarà un incendio di passioni, forse, ma sono felice, sì, la mia testa se lo ripete ogni giorno.


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«Ti amo, Elena.» Lo dice anche ai miei occhi, dandomi un ultimo bacio.

«Ti amo, Leonardo.» Affondo il viso nel suo petto per godermi ancora un istante il calore del suo cuore su di me.

Se n'è andato. E appena uscito da questa casa che improvvisamente non sento più mia.


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«Avevo sofferto così tanto che pensavo sarei morto e invece, con grande sorpresa, cominciai piano piano a rinascere.

Mi sentivo quasi in colpa, all'inizio, ma non avevo ancora capito. La verità era che non sarei mai più stato felice, potevo solo provare un piacere puramente materiale, fisico: l'unico antidoto a quel dolore che mi sarei sempre portato dentro.

È stato allora che ho cominciato a ricercarlo ovunque, con lucida determinazione. Era il mio istinto che s'imponeva a suo modo: sesso, vino, cibo, tutto ciò che mi procurava una qualche forma di godimento era diventato la mia medicina.

Non per guarire, ma per non morire.


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Ha una luce nera negli occhi. Sta scavando nella sua anima e mi sta mostrando cosa c’è nel profondo.

«Poi sei arrivata tu. L’avevo capito subito che eri diversa dalle altre. Così delicata che sembrava di poterti rompere con una carezza, eppure così forte: ti ho vista tante volte avere paura, ma mai scappare. All’inizio eri solo una sfida, un gioco più divertente degli altri, ma come gli altri destinato a finire. E invece...




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