#CIÒ’ CHE INFERNO NON E’ -Alessandro D’Avenia
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Il ragazzo la guarda: è lei a frugargli il cuore, nel groviglio in cui crescono i sogni. Le cose investite di troppa luce proiettano altrettanta ombra, ogni luce ha il suo lutto, ogni porto il suo naufragio.
Però i ragazzi non vedono l'ombra, preferiscono ignorarla.
Con le mani si copre il volto acerbo, come se si potesse ascoltare un viso con le dita. Assomiglia a un marinaio sul molo, in attesa di un contratto dopo un forzato riposo. La guarda ancora. E ancora. Permette a luce, vento e sale di modellargli la carne e i pensieri.
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E l'inferno è quando non senti più il dolore del frantumare, non lo senti più nella spina dorsale, nel midollo, nella testa, nel cuore. L'inferno è l'anestesia di non sentire più vivere ciò che è vivo. Ma Francesco ha qualcosa che resiste dentro, anche mentre sferra calci contro la carne molle e sconnessa.
Andare sott'acqua, aprire gli occhi e vedere tutte le cose confuse come si vedono sott'acqua. E poi gli bruciano gli occhi. Ma gli piace il silenzio che c'è sott'acqua e anche andare dentro le onde, sotto le onde, con le onde.
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Mi piace cercare le parole giuste. Le parole e il loro suono mi salvano. L'ho scoperto alle elementari, quando tutto è appunto elementare: con le parole metto l'ancora a tutte le cose che se ne vanno alla deriva nel mare che è dentro il cuore, le ormeggio nel porto della testa. Solo così smettono di sbattere tra loro, di arenarsi, di spaccarsi.
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Ci sono giorni in cui il vuoto morde il petto e nulla logora le viscere, so che dovrei darmi una mossa ma tutto quel vuoto e tutto quel nulla mi paralizzano. Non sono contento, eppure non mi manca nulla. Non so neanche come faccia a starci tutto questo spazio dentro di me. Sangue, muscoli, nervi non lasciano spazio al vuoto e in fisica il vuoto non esiste, tuttavia dentro di me se ne annida almeno qualche centimetro cubo, non visto, celato, quasi • di contrabbando.
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Sono convinto che ogni anima sia fatta di almeno cinque parole. Tutti dovrebbero avere una lista di cinque parole, le cinque che preferiscono. Le tue cinque parole sono quelle che dicono come respiri, e da come respiri dipende il resto. Le mie sono: vento, luce, ragazza, silenziosamente e benché.
Ognuno dovrebbe scrivere una poesia con le sue cinque parole, giusto per ormeggiare l'anima in un porto sicuro. La mia suona così:
Dove sei tu che puoi cucirmi l'anima silenziosamente?
Ragazza piena di luce, puoi tu rammendare un ragazzo
fatto di vento?
Io cerco il tuo nome, benché tu non l'abbia.
La cosa più strana è che io uso le parole per ancorarmi, e poi sono proprio loro a spingermi verso l'ignoto, come mappe mute da riempire di luoghi, perché ogni parola detta con precisione apre uno spazio vuoto attorno, come il molo di un porto.
Pag 51
«I libri ti hanno fuso il cervello. Ma che ci troverai di così interessante?»
«L'essenza della vita. Leopardi diceva che l'arte concentra sotto i nostri occhi ciò che in natura è disperso.»
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Recupero il mio quaderno da poeta in erba e sulla prima pagina bianca che trovo scrivo con la mia grafia irregolare: "Cosa è tutta questa vita scomposta dentro di me a cui non riesco a dare nome?
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Gli uomini, Fede, sono diversi dai maschi. I maschi vogliono una parte di quella donna. Gli uomini vogliono quella donna. I maschi sono disposti a concedere un po' di amore, per avere sesso. Gli uomini vogliono l'amore, e il sesso ne fa parte. Una donna si innamora delle tue mani, perché da quelle capisce se la sai proteggere, accarezzare, sostenere, trattenere, possedere.»
Pag 59
Chissà poi se è vero. Quando l'infinito divora le pareti della mia stanza, vorrei saper dormire a comando. È l'unico modo di scappare da se stessi.
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Ci sono posti dove l'inferno non può arrivare, neanche all'inferno.
Pag 84
A ogni pagina mi aspettavo di scoprire l'ennesimo corridoio nel labirinto del cuore umano. Non credevo che in un'anima ci potessero stare così tante cose, oscure e luminose al tempo stesso.
Poi avevo letto Le notti bianche perché era breve e perché quel personaggio mi sembrava il mio alter ego letterario, chiuso nella sua soffitta a sognare di amori tanto perfetti quanto irraggiungibili.
Pag 93
Come fanno gli scrittori a pensare i nostri pensieri? Forse siamo noi a pensare i loro? Lucia abbassa il libro di cui ha letto solo le prime parole - ... il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo simile potessero vivere uomini irascibili -, si avvicina alla finestra aperta da cui si vede una scaglia di cielo e appoggia le braccia al davanzale.
Pag 133
Quel mare così grande a pochi passi dall'angustia di una casa piccola e affollata le rende il passaggio ogni volta più doloroso. Troppo mare fa male.
Non alla pelle, al cuore. Troppo futuro viene da lì, dall'orizzonte, e ti rimane col fiato sul collo, mentre tu cerchi di limitarlo a quelle vie e alle corrispondenti possibilità. Come si fa ad amare il mare se ti mette in petto tanti desideri? Come si fa ad amare quella luce se poi, girato l'angolo, devi rinunciarci?
Pag 142
Il mare la notte desidera l'abbraccio del porto e lo impregna di sé come in un rito amoroso in cui le mani sembrano moltiplicarsi.
L'odore dei cespugli di gelsomino si mescola alla tenebra, più intenso se la vampa del giorno appena spento è stata maggiore.
Pag 143
Quell'ultimo sforzo di immaginazione vince anche la speranza che lo tiene desto e lo precipita nel sonno.
E sogna che una donna uscita dal mare lo tenga tra le braccia e lo porti in fondo. Il mare gli si avvicina con la risacca notturna, sembrerebbe quasi volerlo accontentare e nasconderlo dentro di sé, risparmiandogli la luce amara di un altro giorno.
Pag 148
Le scarpe. Sì, le scarpe. Con i libri vai dove ti pare rimanendo fermo, ma con le scarpe vai in posti lontani portandoci il corpo e ciò che contiene. Oggi mi è chiaro quanto siano importanti le mie scarpe. Grazie a loro potrò percorrere questo labirinto che è la vita. Il labirinto non si può evitare, ma bisogna stare molto attenti al filo.
E io so che il capo del filo adesso è in mano a Lucia. Voglio vederla anche solo per un istante. Chiederle scusa. Dirle che sono rimasto. Voglio imparare le istruzioni per l'uso della notte. Alla fin fine la vita resta sempre attaccata da qualche parte. Sotto le scarpe. E dentro le parole.
Pag 169
Oggi è uno di quei giorni in cui il vento addolcisce le strade, spirando da terra. Copre lo stormire delle tv che ristagna quando la calura è immobile e rimette tutto in cauto movimento. Sono sull'autobus che mi porta a Brancaccio e guardo trascorrere le case e gli uomini. Ho l'anima piena di parole che vorrei scrivere.
Pag 182
«E’ strano, perché lui dice delle cose che insieme non possono stare. Legare e liberare, tenere chiuso e aprire. Com'è possibile?»
«Sono le poesie. Nelle poesie succedono cose che altrimenti non si riescono a spiegare. Lui ci riesce. È uno che ha trovato le parole per dire come si sente sdoppiato, diviso, due stati contemporaneamente a causa dell'amore.»
Lucia sorride per il mio gesticolare, come se tenessi le parole in mano, simili ai birilli di un giocoliere.
Pag 195
L'aggressione della luce si scioglie solo verso sera, nel mare. Questa è l'ora di resistere e restare, ma come fa a restare e resistere chi vive a riva? L'acqua salmastra, pur nella sua abbondanza, non serve a spegnere l'arsura dell'assetato e ogni uomo si scopre un'immortalità ferita.
Pag 210
Rimaniamo in silenzio a guardare il mare: lo si potrebbe fare per ore senza annoiarsi. E ora sembra asfaltato dal buio della notte. Forse più che attraversare il mare e duro restare e resistere a terra, senza rinunciare alla vastità che il mare ti ha ficcato nel cuore.
Pag 211
Lucia è vestita di sé. E una sua caratteristica la semplicità piena.
Grazie a lei ho imparato la differenza tra una ragazza che si mostra e una che si manifesta. La prima interpone tra sé e gli altri una dimostrazione di chi vuole essere e prima di aver a che fare con lei devi superare alcuni strati di insicurezza dissimulata; la seconda non è protetta da nessuna dimostrazione, si limita a essere l'opera di se stessa. Non ha altro da aggiungere. Lucia non si trucca. Lucia ha la pelle descritta nei canzonieri arabi medievali, l'arte delle spezie e l'esotismo inconsapevole di questa terra. Forse la sto idealizzando, è tutta colpa di Petrarca. Ho ancora paura a dirlo, ma credo che l nome che nel cor mi scrisse Amore è il suo. Lucia di luce calma, di ombre fresche. Di acqua pulita in giorni di sete. E sei nella mia stanza, nel mio porto. Ora che guardi tutte le mie cose, capisco quanto sono misere e quanto poco ho da offrirti. Ma puoi approdare qui, in questo piccolo porto tranquillo.
Pag 225
Com'è elementare la vita quando la semplifichiamo con l'amore.
Pag 226
«Se esiste una cosa così bella come il mare, allora anche la vita deve essere bella, da qualche parte».
Poi la stringe al petto e dagli occhi scendono i segni dell'abbandono.
Le lacrime a un certo punto finiscono, il mare infecondo resta lì, la fame e la sete la costringono a tornare nel fuoco.
Pag 227
Le parole prendono vita, e gli occhi le si fanno ora più profondi, ora più acuti, ora accesi, ora impauriti, assecondando i sentimenti dei personaggi immaginari.
Il suo modo di ridere e di fare le pause mi mette le mani dentro l'anima. Me la fruga e ne spalanca le zone vuote. La sua presenza mi dà possesso di me stesso. Più la guardo, più desidero avere qualcuno da perdere, qualcuno per cui piangere, con tutto il dolore che comporta mettere qualcuno nel cuore del proprio cuore.
Pag 232
Quante clessidre servono per svuotare una spiaggia? Quanto tempo ci vuole perché una gemma diventi mela? Esiste un tempo medio o ognuna è un evento unico? A che velocità va la luce quando al mattino infuoca il mare? La distanza che permette la combustione tra due sguardi è precisa o casuale? Il nero dei capelli di Lucia è assenza di luce o la sua pienezza al rovescio? Che peso ha un segreto? Che rapporto intercorre tra la felicità e la lunghezza di un sorriso? Come si calcola il volume del cuore?
Il cervello mi si affolla di domande inutili che restano senza risposta e continuano a ossessionarmi nel bianco della solitudine.
Pag 247
Gli occhi di Lucia si rivolgono di nuovo verso di me, lasciano intuire una guerra interiore, risolta per un attimo in un sorriso scappato dalle maglie della paura e dell'amarezza.
La guardo in tutta la sua forza e fragilità. Non dimenticherò questo momento, uno di quelli che capitano almeno una volta nella vita di un uomo: quando incontra sulla propria strada qualcosa che non somiglia a nulla di ciò che conosce. Una gioia splendente fa irruzione attraverso la stanchezza di cui è impregnata la vita, come un cigno bianco in mezzo ai rifiuti di uno stagno abbandonato.
«Non ti lascerò. Anzi, ti lascerò qui, ma ci rimarrò anche io.»
Pag 257
Dove siamo stati quando non eravamo insieme? A volte me lo sono chiesto. Ti portavo con me dappertutto. Ecco, siamo qui sotto questo cielo di pietra blu e tutto è posseduto in un solo istante non minacciato dal tempo.
Altre parole, e quando la misura è colma viene un bacio, come il naturale compimento delle parole e della loro conclamata insufficienza.
Pag 258
Se non voglio rimanere un mistero per me stesso devo accettare che altre mani mi raggiungano fin dentro al cuore. Devo armarle io stesso contro di me, mostrarmi e dar loro la possibilità di colpire dove sono più debole. Amare non è forse armare le mani di un altro? La manomissione dell'anima è il prezzo da pagare all'amore. Poi magari quella mano suona spartiti che non avremmo mai pensato di ascoltare dentro di noi. Credevo di essere già e invece non sono che appena.
Proprio in mezzo alle tenebre doveva venire a cercarmi Amore?
Pag 275
«Non mi lasciare mai e io sarò l'estate che non finisce».
Un'ancora e un ancora.
Il ragazzo la stringe tra le braccia come se potesse circoscrivere la vita dentro un cerchio in cui proteggerla da ogni attacco e fal-limento. E le si fissano nei sensi tutte le presenze sottratte al tem-po, come fossero gli elementi della tavola periodica della felicità: la sabbia, le rocce, la risacca, il vento.
«Dimmi la cosa più importante di te» chiede lei d'improvviso in una raffica nera di capelli.
«Ho il cuore pieno di desideri, sogni, cose belle. Però non ho la corazza» risponde lui, vergognandosi subito di aver commesso la follia di consegnarle la sua essenza senza pudore, quasi fosse quello il suo profumo una volta distillata la sua vita e gettata via la buccia.
Lucia sorride e vuole essere lei, la mia corazza. E la mia carezza.
Quel ragazzo sono io.
Federico.
Pag 299
La mia terra. Sento in modo chiaro e quasi tangibile qualcosa di incrollabile scendere dentro di me. Il mare mi bagna le ginocchia e i piedi. Vorrebbe portarmi via come un castello di sabbia costruito durante il giorno e sono tentato di non opporgli resistenza, tanto è il dolore. Ma gli ho promesso di non lasciarlo solo. Ho la bocca e la faccia piene di sabbia: è la mia terra, qualsiasi sapore abbia. Petrarca aveva torto, nella vita ci sono sogni che durano per sempre.
Pag 305
«Ho scritto una poesia per te.»
«Leggimela.»
Apro il foglio scritto a mano con la mia grafia più bella e inizio, con un po' di vergogna nella voce.
Dove sei tu che puoi cucirmi l'anima silenziosamente?
Ragazza piena di luce, puoi tu rammendare un ragazzo
fatto di vento?
Io cerco il tuo nome,
benché tu non l'abbia.
Ti ho trovata dove nero sembrava tutto,
tra le onde d'un mare in tempesta sei uscita, come un seme che viene da lontano.
Piccolo come una carezza s'adagia su una terra vergine
per dare frutto.
Quella terra sono io, il tuo nome non è un sogno.
«Sei peggio dei polpi.»
«Perché?»
«Schizzi inchiostro quando devi difenderti, senza le parole sei perso.»
«È vero, ma sono le mie cinque. Più le tue. Sono dieci le parole per fare noi.» La guardo, e devo avere un'espressione comica, visto che le scappa una risata breve, come uno sbuffo d'onda. Mi tocca il viso con le dita: «Però a me come polpo piaci».
Lucia avvicina l'orecchio al mio petto e rimane in silenzio.
Tutti pensano che a renderci felici debba essere la vita, ma io una cosa l'ho capita: per essere felici serve solo coraggio. Ce ne vuole troppo per accogliere il cielo e la terra nel petto, però so che quel coraggio in qualche modo adesso è dentro di me, come un seme che prima è piccolissimo e poi diventa un albero dai rami grandi e forti, capace di dare ombra e riparo. Capace di ricevere ferite e stagioni.
Di morire per tanti inverni e gemmare in altrettante primavere, sommando vita e morte in anelli sempre più ampi, unendo cielo e terra.
Le sfioro le labbra e lo spasimo di entrambi per un attimo si placa, annodando i respiri.
Pag 310
Non è importante quanto il labirinto sia complesso, ma quanto forte il filo che ci lega all'amore.

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