#CHIRU - Michela Murgia
Vorrei poter dire che quella tra noi fu un'immediata affinità elettiva, ma sarebbe una menzogna: io Chirú lo riconobbi dall'odore di cose marcite che gli veniva da dentro, perché quell'odore era lo stesso mio.
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Spiavo con la coda dell'occhio le vene azzurre delle sue mani ferme sul volante, il tratto scaleno del naso e la fronte alta, contratta in quel tipo di precoce ruga da inquietudine che in gioventú ti invecchia e nella maturità ti rende argomento di conversazione per gli amici. Non si poteva dire che non fosse bello, ma gli anni avevano acuito quell'aria selvatica che metteva sull'avviso e me lo aveva sempre fatto apparire piú temibile che attraente. Era stata la prima cosa a colpirmi in lui sedici anni prima, la sera in cui a Roma, ventiduenne impacciata e piena di inibizioni, passai il provino con Saro Antonelli.
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Andammo alla spiaggia del Poetto, il maestrale evocava gli odori dei fondali sferzando i nostri corpi con lame intermittenti di sabbia sottilissima. Chirú aveva la spalla appesantita da una borsa piena di spartiti e le gambe gli fluttuavano nei calzoni come batacchi di una campana.
Aveva litigato con la sua ragazza e s'infervorava dicendo che era tutto finito. C'era qualcosa di primitivo nell'ansia confidenziale con cui mi si rivelava, e nell'apparenza del suo candore scorsi una spinta selvatica da bestia pronta a tutto. Non avevo mai incontrato qualcuno cosí terrorizzato dall'idea dell'abbandono.
- Sembra che non so tenermi vicino nessuno.
- Forse dipende da come imposti le tue relazioni.
- Intendi quelle sentimentali?
- Tutte le relazioni sono sentimentali , Chiuru.
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Con lui feci l'amore per la prima volta con la luce accesa, imparai a scegliere e cucinare le frattaglie, a guidare nel traffico metropolitano e a rispondere alle provocazioni con un'ironia che ancora non mi conoscevo. Sarebbero passati quasi sette anni prima che capissimo che c'erano modi piú adatti per prenderci cura l'uno dell'altra, ma finché la nostra relazione ebbe bisogno di quelle forme le sperimentai con una gioia per me insolita. Furono le sue mani a rivelarmi che ero bella, e attraverso le sue parole scoprii che tutto ciò che non avevo potuto apprendere studiando restava comunque alla mia portata, se volevo disporne.
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Fu il periodo della mia vita in cui imparai piú cose senza dovermi confrontare con l'incubo di sbagliare e sentii che era quella, non la chimica tra pelle e occhi, la natura piú autentica della seduzione a cui avrei sempre risposto.
Accanto a Fabrizio Rossari mi dimenticai che c'era stato un tempo in cui mentire mi era sembrato normale. «È la curiosità che ci fotte come specie, sai? - mi disse camminando una sera per le strade del ghetto dopo un concerto.
- A Ulisse le sirene non propongono il piacere, ma la conoscenza».
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Sei infelice, ma in un modo che uno potrebbe anche pensare che ti stia bene addosso...
Strinse le labbra, poi fece una specie di sorriso, come se le parole che cercava lo imbarazzassero.
-...sei infelice con classe, diciamo.
In quel crescendo di giudizi uno piú netto dell'altro ero rimasta impassibile come se nessuno mi stesse ferendo.
La chiarezza con cui li aveva esposti non mi sorprendeva: dimostrava solo che alcune di quelle cose le pensava da tempo. Era invece la sua lucidità a sbalordirmi. Infelicità con classe. Fottuto ragazzino. Avrei voluto chiedergli se era davvero cosí che mi vedeva, ma un attimo prima di farlo compresi che in realtà non volevo saperlo.
Andai avanti
- Bene. E adesso poniamo che sia tutto vero, la solitudine, 'infelicità e il resto. E un mondo pieno di infelici questo, diamo per scontato che nessuno possa evitarlo piú di tanto. Però c'è qualcosa che distingue un'infelicità qualunque, intendo quella che ti fa il vuoto intorno, che spinge gli altri a chiamarti sfigato, dall' infelicità speciale, che è una forma di espressione spesso piú attraente di certe felicità.
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-E tradotto che significa? - chiese Chirú.
- Secondo me che il valore che gli altri sono disposti a darti dipende da quanto ti proteggi. Se non difendi quello che sei, molti credono che valga poco. Io quando posso mi metto la catena.
Mentre parlava si emozionò, e mise in bocca le ultime patatine per fare qualcosa che non fosse attendere le nostre reazioni. L'espressione con cui Chirú lo fissava era a metà tra lo sconcerto e il sospetto.
- Non te l'ho mai vista fare questa cosa.
- Perché avresti dovuto vedermela fare? Non sei mica uno da cui mi devo difendere.
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Sentii Chirú inspirarne piano l'aroma balsamico mentre reclinava il sedile e chiudeva gli occhi per darmi a intendere che si disponeva a una vigilanza attenuata. Anch'io mi distesi, ma i miei occhi rimasero aperti. Dal finestrino, separata da lui da un cambio manuale e un silenzio necessario, guardavo un trapezio di cielo con troppe nubi per restituirmi una sola stella. Supposi che entrambi stessimo pensando alla serata trascorsa, ma ciascuno di noi aveva motivi diversi per arrovellarsene.
Il mio era il timore della sua fragilità. L'insicurezza che aveva dimostrato era a suo modo commovente, e dieci anni prima avrebbe anche potuto lusingarmi. Anche ora riconoscevo che c'era qualcosa di irresistibile nel potere fondato sulla sua paura di perdermi. Conoscevo però i rischi della dipendenza emotiva e sapevo bene che il ragazzo sdraiato e silenzioso al mio fianco non era l'unico a correrli.
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Sollevai gli occhi mentre Chirú toglieva l'ultimo velo di lino dalla mia scatola e gli colsi nello sguardo uno sbalordimento identico a quello che provavo io.
- E lo stesso regalo! - mormorò scioccamente mentre prendeva il biglietto per leggere la dedica. Io raccolsi a mia volta il cartoncino che aveva allegato al mio dono e lo lessi in silenzio. Non smettere mai di fiorire.
- Se è lo stesso regalo, - mormorai sorridendo, - allora è un rito.
Ero stata una bambina allegra, soggetta solo a malumori di circostanza. A differenza di tutta la mia famiglia, a otto anni sapevo farmi felice da sola e a trentotto difendevo tutti i giorni il diritto a riavere quell' autarchia del cuore senza essere costretta a chiamarla solitudine: Ero stata capace di mandare in pezzi rapporti consolidati per dimostrare a me stessa che non avevo bisogno di nessuno per sentirmi intera. Eppure, se c'è stato un momento nella vita in cui ho consegnato la mia felicità in mano a qualcun altro in modo assoluto, irresponsabile e perfetto, è stato in quella vigilia di Natale, nell'istante in cui quel ragazzo di diciotto anni mi ha guardata negli occhi prima di mettersi a piangere di gioia davanti a una boccetta di olio essenziale di lavanda.
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Le piaceva aprirmi il cuore come una finestra, accogliere la mia tempesta e farsi amica dei miei tornado, ma ero certa che asciugasse il suo bel divano rosso e rimettesse ogni cosa a posto non appena mi chiudevo la porta alle spalle.
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Ho coltivato una speciale diffidenza per chi si compiace di dire sempre quello che pen-sa. Temo con ogni fibra quel tipo di persona che è pronta a scambiare per pensiero il moto casuale di tutto quello che gli passa per la testa e chiama sincerità l'incapacità di controllarlo. Quello che io chiamo pensiero non somiglia in nulla a un lampo illuminante, perché è il risultato di un delicato processo di risalita da certi fondali solo miei. Anche dopo avverto il bisogno di filtrarlo attraverso l'esperienza, una maglia che con gli anni si è fatta sempre piú stretta. E comunque, nemmeno alla fine di questo percorso le cose che ho ragionato mi sembrano quasi mai pronte per essere dette. Per questo ho paura di quelli che affermano di aver l'abitudine di dire tutto quello che pensano: il flusso scomposto di giudizi avventati, umori e temerarietà brucia allo stesso modo le labbra di chi lo pronuncia e le orecchie di chi lo ascolta, e lo fa nell'istante stesso in cui vi prende forma.
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Non tolsi tutto per andare a dormire. Era una di quelle notti in cui è meglio andare a letto con gli orecchini perché non sai chi potresti incontrare nei sogni.
Nei sogni venne Nin, ed era vivo.
Lavava un pugno di fragole fresche e me ne porgeva una con un sorriso raggiante. Aveva addosso un paio di boxer a fiori e il suo corpo generoso e giovane segnato da un accenno di vitiligine sembrava occupare del tutto l'angolo cottura dell'alloggio in cui ci trovavamo. Gli scoppi delle sue risa mi riempivano il cuore di gioia e la preoccupazione che qualcuno si lamentasse del nostro rumore non era sufficiente per chiedergli di smettere.
Morsi la fragola con voluttà e lui si sporse a baciarmi le labbra. Aveva un odore di pane e sudore e una morbidezza nei capelli che mi attirò d’istinto le dita. Gli spinsi il viso sul mio come se volessi arrivargli al cuore passando dalla bocca. Lasciò cadere le fragole nell'acquaio e venne del tutto a me premendo il corpo sul mio. La sua lingua esigeva risposte rapide e mentre mi baciava sentivo la maniglia del frigo contro la schiena, in mezzo alle scapole. M'infilò le mani ancora umide sotto la maglietta e con l’acqua dolce mi mosse sui seni una carezza insieme liquida e ferma. C’era musica nel sogno, un sax di John Coltrane che oscillava per la stanza con volumi alterni, ma quando Nin mi spinse all’indietro sul letto già non lo sentivo piú. Gli passavo le mani sul viso e sulle spalle in un inconscio tentativo di dar forma al suo desiderio e gli avvertivo la foga avida nel togliersi i vestiti. Mi premette le labbra sul collo mentre continuava a mormorare qualcosa che non capivo: la sua voce era un suono sordo, musica per delfini e sommergibili. Avvertivo sempre piú forte il calore del suo corpo, ma quando mi sollevò la gonna lo sentii annaspare con un sibilo rantolante, ferito.
Cercai di guardarlo in viso ma la sua testa era pesantissima e sempre piú mi affondava nell’incavo della spalla, immerso in me come un annegato in acqua bassa. Parlava, ma pian piano le sue parole divennero un mormorio indistinguibile dal respiro strozzato che le corrodeva contro la mia pelle.
Mi svegliai stordita, ma non di soprassalto. Aprii gli occhi lentamente. Il mio cuore, cuore di topo alla fine di una corsa, era pronto a schiantarmisi nel petto. Abbandonai l'abbraccio lisergico del piumino, accesi tutte le luci e scostai le tende nella speranza di un barlume d'alba che mi salvasse dalle ombre.
Quando il sole sorse era freddo, bluastro come un livido fatto al cielo, e io presi il cellulare per vedere l'ora.
Solo in quel momento mi resi conto che dal mio arrivo in Svezia non avevo mandato a Chirú neppure un messaggio.
Mi manchi anche tu. Qui la lavanda non cresce nemmeno.
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Perché un bacio è solo un concetto, finché qualcuno non te ne dà uno. Poi arriverà qualcun altro e te ne darà un secondo, poi un terzo e un quarto e ognuno con le sue labbra senza saperlo costruirà l'idea di bacio che ti porterai dentro, fino a quando il bacio di uno sconosciuto ti farà pensare: ecco, qui io ci sono già stata. Potrà essere bello, potrà essere caldo e sapere di buono, ma lo stupore sarà finito. Bisognerebbe difendersi dalle prime volte, perché consumano la nostra capacità di evocare la meraviglia. Bisognerebbe dirlo ai tredicenni che ciascuna di esse si divora un pezzo del patrimonio di sguardi sorpresi, di battiti accelerati, di tremori di stomaco e stupori genuini di cui abbiamo tutti un limitato possesso. Io forse di meraviglia ne avevo avuta in dote meno di altri, ma di quando in quando il miracolo della sorpresa accadeva ancora. Allora mi ritrovavo nel cuore di un'emozione che mi appariva nuova, un raro fuoco d'artificio durante il quale, con l'arroganza di assistere da testimone a un attimo di storia mia, mi ripetevo solennemente che no, non mi sarei scordata.
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Ho sempre pensato che avrei potuto andare a letto con molti uomini nella mia vita, ma non avrei mai conosciuto la vera intimità fino a quando non avessi trovato un amante capace di fare l'amore in sardo. Non avevo mai verificato se questa intuizione fosse vera, e non sapevo se dipendesse dal fatto che i sardi con cui ero stata a letto non fossero consapevoli della misteriosa potenza dell'amplesso linguistico, oppure semplicemente perché nessuna lingua sa dire bene tutto. La cosa che il sardo sa dire meglio non è l'amore. È la nostalgia.
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- Eleonora, vaffanculo! Sono qui solo per darti un con-siglio, se ti serve. Non è per questo che mi stai chiamando da novecento chilometri di distanza alle undici di sera?
Era per quello, ma la sola idea di perdere Chirú mi taceva pentire di averlo fatto. Era ancora cosí avido, cosí pieno di meraviglia per le cose che non sapeva e io non ero pronta ad affrontare la prospettiva di non poter piú far passare il mondo attraverso i suoi occhi frementi di passero.
Mentre spegnevo il telefono guardai dalla finestra dell'albergo il cielo di marzo su Praga. Sapevo riconoscere ogni costellazione di quella trama lucente, ma non avevo accanto il mio allievo per indicargliela. Persino le stelle senza
Chirú mi annoiavano.
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- Devi fare la prima comunione?
Scoppiò a ridere e mi venne incontro di slancio, ignorando le mie proteste sul fatto che avessi l'abito da sposa addosso e fossi sporca degli umori dello spettacolo. Mi strinse in una morsa di braccia ossute e io affondai il viso nell'incavo del collo che mi aveva porto chinandosi a cercare il mio. Era profumato di lavanda e me ne inebriai, incurante del via vai di persone che potevano vedere e giudicare quell'attimo di tenerezza senza pudore. Sentivo le sue labbra contro l'orecchio mormorare convulse «Mi sei mancata, mi sei mancata, cazzo, non sai quanto», e in quella litania sboccata e liberatoria mi dimenticai che lo avevo fatto venire a Firenze per dirgli che non era piú mio allievo.
Allentò l'abbraccio con riluttanza, ma mantenne il contatto fisico anche quando le braccia sciolsero la presa dalle mie spalle. Sorrideva radioso come la prima volta che era entrato nel bar dove lo attendevo, e non mi era mai sembrato cosí bello.
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Cenammo in una pizzeria del centro e poi restammo gran parte della notte accoccolati sul letto a parlare, complici come se l'adolescenza di uno valesse per due.
Quando l'alba accese di sole le fessure delle persiane mi ritrovai ancora sveglia a guardare il ragazzo dormire libero sul mio letto. Si era tolto le scarpe, ma aveva i calzoni addosso e sulla nudità del torace le vene azzurre affioravano lievi dalla trasparenza della pelle chiara, appena stellata dai nei. Non ho mai creduto che l'abbandono del sonno faccia tornare bambini, quasi che i sogni fossero un posto sicuro o l'infanzia una condizione di resa che solo crescendo si attrezzi ad armarsi. Io ad arrendermi ho imparato da adulta; da bimba nel sonno ci cadevo agguerrita, con i pugni stretti, e al mattino mi svegliavo indolenzita dalla tensione della lotta. Non ricordavo di aver mai affrontato i miei sogni in un luogo pubblico, meno che mai di giorno, e avevo sempre guardato con invidia a chi era cosí forte da potersi permettere di arrendersi al sonno in fronti non protetti come il treno o la spiaggia.
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Lui attese docile che lo sfiorassi, poi repentino mi prese la mano e la trattenne contro la guancia e le labbra, mormorandomi a fior di pelle:
- Lo ami?
Il suo fiato caldo sul palmo cambiò di segno al mio gesto. Sussultai e Chirú lo percepí. Non potevo dargli una risposta che non concedevo neppure a me stessa, e da quella distanza ravvicinata ero costretta ad alzare il viso al suo per non disattendere l'imperativo presente che aveva negli occhi. In mia difesa gli accennai un sorriso teso, quasi che nella nostra consueta prossemica percepissi d'improvviso una minaccia. Evitai la risposta diretta.
- Sarebbe la prima volta che mi vedi innamorata. Uno spettacolo raro, direi.
- Nossignora, - mormorò lui, - sarebbe la prima volta che ti vedo innamorata di qualcuno che non sono io.


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