#PRIMA O POI CI ABBRACCEREMO -Antonio Dikele Distefano
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Facciamo che non mi manchi e che tu mi pensi senza che qualcuno ti chieda di me.
Facciamo che di notte dormo, che quando vai torni, che separiamo i sentimenti dalla polvere, come si fa con le scarpe che lasci all'ingresso per non rovinare il parquet.
Almeno per una volta, facciamo che chi ama resta, e non che chi ama resta da solo.
Che ti troverò ancora sotto casa ad aspettarmi, con la sigaretta in mano che non accendi perché sai che mi dà fastidio.
Facciamo che, anche se tutto sembrerà uguale a sempre, tu sarai diversa, che domani io dimentico i tuoi errori e tu i miei difetti.
Cambiamo i nostri sistemi, non i sentimenti.
Facciamo che non dobbiamo fare la pace perché non c'è mai stata guerra.
Che non c'è mai stato nulla.
Facciamo che andiamo via da questa città, come due sconosciuti, due che non si conoscono, chiusi nello stesso abitacolo, che se magari non ti piaccio e non ti vado bene, puoi mandarmi pure a fare in culo, ma tanto io non ti amo.
Facciamo così, ti va?
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Conta poco se ami un altro, conta tanto se intanto non ami me.
Che la persona giusta non è quella che riempie i buchi, ma quella che li crea.
Ciò che ti manca lo colmi solo con ciò che ti manca.
Baciarti prima che tu rientrassi e impiegare venti minuti per scriverti che stavo per andare a dormire ed ero felice.
Che quando mi lasciavi e poi ti rivedevo assomigliavo così tanto alle biblioteche, dove ci sono fiumi di parole e l'unica legge che vige è il silenzio.
Ti dicevo "amami" e pensavo "ama quel che puoi". Mi dicevi "amami" e forse pensavi "amami finché puoi".
Mi dicevi "se mai dovesse finire, perderei tutto" e rispondevo "non accadrà" mentre pensavo "se mai dovesse finire, non perderei solo tutto, ma anche me stesso"
Sorridevi e poi tornavi a fumare le tue Winston.
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Ci mancava qualcosa che non ci spettava perché la felicità non è un diritto, perché provare qualcosa non vuol dire averci provato, mentre i treni arrivavano puntuali e tu eri già altrove anche se non partivi.
Stare insieme fa male solo quando ci tieni, quando i sentimenti diventano finestre da dove non si vede bene il cielo.
Siamo stati un cemento unico per un po' di tempo,braccia conserte che proteggevano dal freddo, ma si tremava lo stesso e le certezze sono venute giù come foglie.
Soffrire al punto di smettere di guardarti negli occhi, per evitare che potessero rispondere ai miei silenziosi
"mi ami ancora?"
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"Non so se è come dici tu" rispondesti guardandomi negli occhi. "Io continuo a pensare che l'amore sia l'unica cosa al mondo che non dovrebbe costar fatica."
Scossi la testa sorridendo lievemente e posandoti un braccio dietro il collo per portarti più vicino a me.
"Non credo" dissi appoggiando le labbra sui tuoi capelli. "Spesso ci comportiamo come se le cose avessero una scadenza. 'Due che stanno insieme un anno è impossibile che non si amino' ho sentito dire. Ma non è così, l'amore si merita. Le poche volte che mi dici 'ti amo', io penso 'spero di meritarlo', anche se rispondo 'anche io'."
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E dormivi senza reggiseno per respirarci un po' di più. Avevi i piedi freddi ed enormi margini di miglioramento. Non avevi margini.
I baci sul collo fino ai lividi.
I primi piani delle tue parti intime che mi inviavi su WhatsApp.
Venire.
Restare.
Scopare con la scusa di guardare di nuovo un film, con una mano sulla bocca perché di sopra dormivano.
E sorridere come se stessimo compiendo un furto.
Irene, io non ti rivoglio indietro. Io ti voglio qui davanti.
Ma poi ci siamo persi in questioni che non c'entravano, tipo che ci mettevi un po' di più a rispondermi ai messaggi e io pensavo fosse colpa delle mie risposte che non erano all'altezza.
E ogni attesa erano cinque piani senza ascensore.
I miei volti pensosi.
I tuoi volti felici di sorrisi difficili.
E viceversa.
Quando mi dicevi "mi porti a casa?", in realtà volevi restare. Quando dicevi "portami a casa", mi volevi distruggere e i miei occhi si bagnavano di quelle insicurezze che tu non provavi più.
Non avevo bisogno di te per sopravvivere, ma per essere un po' felice.
Come acqua ghiacciata nei pomeriggi d'agosto.
Occupi vuoti, tu che oggi mi riempi di niente.
Occupi silenzi, tu che oggi non mi dici più niente.
E tutto questo nulla non mi lascia nulla.
Nessuno ci ama più di quanto ci dimostra e io questo non l'ho mai capito.
Ma ti ricordi com'è quando ami e senti di fare la cosa giusta?
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So che non mi credi, ma non ho avuto nessuna dopo di te.
Come quando mangi qualcosa subito dopo esserti lavato i denti e il retrogusto di menta ti fa passare la fame.
Pensavi ad alta voce che il bello di Milano era guardare su, perché c'erano dei terrazzi bellissimi.
Pensavi ad alta voce che un giorno ci saremmo lasciati male, che per mesi avremmo contato i giorni, che avremmo vissuto quella fase in cui piaci a chi non ti piace, e quando piaci a chi ti piace, uscendoci, ti accorgi di non provare piacere.
Pensavi ad alta voce che ci sarebbe mancato il sesso, e ci saremmo rivisti di nascosto, come i latitanti, solo per farlo e pentirci subito dopo.
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Eravamo dei fuggitivi.
L'odore di sesso che sentivamo solo quando, dopo essere andati in bagno, rientravamo in camera.
Che di spalle eri così bella, che rimanevo lì, di comune accordo, a compiere le mie funzioni vitali su sca ridotta.
Stavamo bene insieme, anche se spesso mi respingevi come il mare fa con i legni e gli assorbenti sulle spiagge di Scalea.
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È così difficile guardare dove non sei tu.
A distanza di sicurezza, mi volto per poco mentre tu hai già ripreso a vivere e mi sento da buttare.
Mi hai in pugno, ti ho nel cuore.
Sai ancora disintegrarmi in un momento.
Quando mi perdo perché non conosco i nomi delle vie, tu sei ancora il luogo in cui mi ritrovo.
I miei amici, invece, le loro ex, quando le incontrano, le salutano e non capisco come facciano.
Io non saprei dirti ogni volta "addio di nuovo".
Vorrei avercela anche io la forza che hai tu quando mi guardi, ma è più facile fingere di non vederti, perché non voglio sapere come mi guardi.
Se mi vuoi dire qualcosa, se cerchi conferme.
Ho imparato che gli addii non vanno risvegliati. Che è frustrante quando assomigliano tanto a un arrivederci.
Mi guardi, ma non mi sfiori davvero.
Tu non mi manchi, tu mi levi.
Mi levi il respiro, la voglia di alzare gli occhi, il tempo per pensare ad altre cose.
Perché se tu mancassi, io non avrei un vagone.
Ma tu mi levi e io non ho binari per vivere.
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Davanti allo specchio, accompagnando i capelli dietro all'orecchio, si era convinta che certi spazi li avrebbe riempiti crescendo. Che gli abbracci sarebbero stati cu-citure. Era così lei, guardava le sigarette finché si consumavano e prima di gettarle a terra ci pensava un po'.
Poi le strozzava dolcemente con il piede.
L'amore non è un paio di scarpe.
Se non ti stanno, resti fuori e se sforzi ti fai male.
L'amore è un vestito che indossi convinta di essere bellissima. Che metti sotto il giubbotto e senti solo tu.
Che riconosci solo tu nel tempo, tra le foto che ti fanno pensare ad alta voce "ma com'ero vestita?"
Com'era vestita quando papà l'ha fregata?
Le avrà detto "sei bellissima" e lei avrà pensato "va benissimo così"
Avrà pensato "non se n'è accorto che io scelgo come se mi avessero già scelta"
La fregatura è quando la fiducia assomiglia tanto all'amore, ma le persone non sono abiti, non aspettano che cresci, che riempi gli spazi in silenzio.
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C'è chi dopo un po' non riesce più a farsi ascoltare, anche se urla, chi non ha più nulla da dire e continua a stare insieme al proprio compagno, nonostante tut-to, perché crede nelle sconfitte incoraggianti, ma la verità è che ha paura della solitudine.
Che poi l'errore sta nel credere di essere simili solo perché si è stati vicini.
Coppie che ricordano l'Inghilterra e l'Australia, paesi dove si parla la stessa lingua, ma che si trovano comunque in due continenti diversi.
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Che mi sarei odiato per tutte le volte che non ho provato, per tutte le volte che non ho resistito.
Che sarei rimasto solo come le cabine telefoniche che poi sono state rimosse, quando tutti guardavano Rai Uno in prima serata.
Pensai che avrei rimpianto tutte le volte che ho detto "addio" piangendo, tutte le volte che ho detto "anche io", trattando l'amore come un numero dispari.
Pensai a Pasolini, che mia madre amava tanto.
Alle poesie di mia madre.
Pensai che i giornali non finiranno quando morirò, il mondo non si fermerà nemmeno nei minuti di silenzio.
Che sarei morto, perché sono nato.
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A quando ci siamo baciati la prima volta e ho chiuso un po' gli occhi.
Pensai: ho paura di morire per la prima volta.
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Ci vuole coraggio ad aspettare chi non torna, ad amare comunque una persona che sembra cambiata, che, se è vero che è diversa, allora chi stiamo amando?
Ho imparato che le persone amano le cose che non possono cambiare, per questo molte vivono nel passato. Per questo siamo noi a dare i nomi ai nostri figli.
E ci diciamo per una vita "non cambiare mai" e poi ci lamentiamo che siamo sempre gli stessi, e ci diciamo per una vita "non cambiare mai" senza pensare che così non si migliora.
E forse non siamo poi così coraggiosi perché ogni volta che ci lasciamo lo facciamo perché c è qualcun altro che ci vuole di più, che ci chiama di più, che ci ascolta di più, perché non c'interessa l'amore, c'interessa essere felici.
L'amore è esserci, la felicità è accompagnare
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Siamo stati le risposte che non vorresti sentire, siamo stati gli amori che finiscono senza nemmeno parlarsi, che iniziano senza doversi spiegare.
Siamo stati risate forzate per non pensare ai disastri, cerniere chiuse fino al collo come abbracci per non pensare al freddo.
Siamo stati in silenzio, siamo stati un casino.
Siamo stati vicini e siamo riusciti a mancarci.
Il tuo profilo migliore era quello del cuore, il tuo profilo peggiore, il tuo lato orgoglioso.
Abbiamo fatto l'amore senza spogliarci, la guerra senza toccarci, mille progetti in disaccordo.
Siamo ciò che buttiamo via, il coraggio mancato di diventare chi saremmo potuti essere.
Siamo stati l'ottimismo che ti dice che esiste un posto migliore.
Abbiamo sbagliato strada così tante volte che abbiamo smesso di ascoltare il cuore e ci siamo affidati ai cellulari, ai dubbi, ai conoscenti che ci dicevano che da soli stavano meglio. E noi abbiamo provato a scoprire se era vero e siamo stati stupidi.
Siamo stati sotto casa tua fino alle quattro del mattino con gli occhi pieni di sonno e il cuore pieno d'intenzioni.
Siamo stati fregati dalle bugie che raccontavamo così bene e che poi ci hanno fatto così tanto male da impedirci di provare ad amare ancora, come se ieri non fosse mai esistito.
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Quando ti ho conosciuta, ho pensato "potrei imparare", ma poi non è stato così.
Io non sono mai stato come le frasi che sottolineavi nei libri. Non sono mai riuscito a essere come le cose che vedevi e ti fermavi a osservare. Non sono mai stato attento, ho creduto che l'amore fosse quante volte mi pensavi e non cosa pensavi di me. Per questo avevo paura che mi dimenticassi.
Ho imparato che non c'è cosa peggiore che non essere scelti, quando nel cuore si ha già scelto, che averti amata tanto non basterà se ti ameranno meglio.
Ti ho guardata perché volevo essere visto, mentre ora ti guarderei per ore anche girata di spalle.
Certe cose che ci siamo detti, dopo di te, io non le ho più sentite.
Certi silenzi non li ho più ascoltati, quelle panchine dove finivamo a parlare non le ho più frequentate.
Il sindaco le ha fatte togliere per allontanare i barboni e gli immigrati dalla stazione.
Per allontanarti da me, forse.
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Impari poi che stare male non cambia il risultato.
Che nella vita saranno le persone sbagliate a insegnarti qualcosa, che quelle giuste serviranno a ricordarti che non siamo sbagliati.
Impari poi che non esistono parole precise, che come chi si arrampica sulla roccia viva, agisci per sopravvivenza, non di conseguenza. Che se tu ora mi urlassi "fot-
titi", risponderei "ti amo" per non perderti di nuovo.
Lo impari dopo che non amerai più come quando avevi quattordici anni, quando non ti facevi domande e non avevi paura di scottarti.
Perché tanto poi si soffre sempre, per una cosa o per un altra.
Ma a quell'età non lo sai, lo immagini solamente che le persone cambiano, che ti amano dopo uno sguardo e poi ti lasciano per un altro.
Impari poi che a sputtanarti non saranno le persone che conosci da poco, ma quelle che conosci da una vita, quelle che hai lasciato in camera tua mentre eri in bagno a lavarti, quelle che allungavi il giro per non lasciarle sole.
Impari a stare al mondo nei giorni in cui non ci vuoi stare.
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I treni non sono altro che un insieme di vite che entrano ed escono dalla nostra a ogni fermata. Sguardi che ci dicono che non ci saranno altre occasioni per parlar-si, che se ti incontrassi qui, su questo vagone, e tu fossi dietro di me in attesa che il bagno si liberi, non ti rivolgerei mai la parola.
Perché io sono fatto così, ho sempre bisogno di uni seconda possibilità, che spesso consiste solo nel far affiorare i ricordi, nel riviverli una seconda volta.
Ti ricordi quando la neve cadeva come per seppellirci? Quando rientravamo a casa a guardarci i film di Lee Chang-dong per poi abbandonarli a metà, scivolando nel sonno?
Che la cosa bella di vivere al terzo piano era che le città dormivano sotto di noi, e nessuna si lamentava per i bicchieri che facevi cadere a terra.
"Stai attenta" ti rimproveravo.
"La prossima volta bevo dalla bottiglia, scusa" rispondevi risentita.
La mattina, i tuoi capezzoli premevano quasi sempre contro la maglietta.
Eri bella.
Ti guardavo.
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E nelle nostre crepe non c'era nulla di nuovo.
E per te, che ti mostravi forte in ogni circostanza, piangere di fronte a qualcuno era uno schiaffo.
Prendevi fiato e mi lasciavi senza.
"Sei bella quando mi respingi" ti dissi nel tentativo di riparare le cose.
Ero lontano dai tuoi pensieri, come chi ti viene in mente per caso, senza un motivo.
"Non lo sto facendo, è che voglio restare un attimo da sola."
Mi davi le spalle.
Mi davi.
Mi davi i tuoi occhi.
Mi vedi?
Mi davi il tuo amore.
Ti devo.
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Era arrivato il momento di salutarci, il cielo aveva già cominciato a schiarirsi all'orizzonte.
Infilai una mano in tasca per prendere il telefono, ma in realtà stavo cercando le parole. Alla fine le trovai.
"È che a volte vorrei essere accettato per come sono, senza dovermi per forza giustificare. Senza dover fare la lista dei miei difetti. Vorrei qualcuno che i difetti li chiama qualità, le incazzature chiarimenti. Non cerco qualcuno che mi prometta che sarà per sempre, ma qualcuno che quando sbaglio pensi che non sarà sempre così. Con Irene questo non è possibile. Con te invece ci riuscivo, ci riesco."
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I tuoi non erano segni, ma sogni particolari. Parlavi poco di te perché ti ricordava i difetti che avevi, poco dell'amore perché il cuore in fondo è solo un muscolo.
Eri un muro di ghiaccio, mi facevi vedere cosa c'era dall'altra parte, ma non mi lasciavi passare.
Colpa mia che all'inizio ti avevo detto che ti avrei amata con tutto me stesso, sbagliando perché avrei dovuto amare tutta te stessa.
Colpa mia che quando mi hai chiesto del tempo, una pausa per pensare, ho scopato con una che non eri tu, invece di urlarti addosso che in amore non ci sono pause.
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Mi piaceva quando davanti a casa tua mi dicevi " puoi entrare" perché voleva dire che qualcun altro non poteva. Non mi piaceva quando mi dicevi "puoi andare" perché voleva dire che qualcun altro poteva restare.
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"Cos' è l'amore?" è stata la domanda.
"L'amore è una scatola di biscotti al burro. Hai presente quei biscotti che sono dentro a quelle scatole di metallo blu?
Che quando le vedi in salotto pensi 'biscotti', però quando apri la scatola trovi le spille e i bottoni? Ecco per me l'amore è questo, ti aspetti una cosa e trovi tutt'altro" è stata la risposta.
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Mi ero convinto che sorridendoti avrei potuto cancellare tutti i tuoi dubbi, le tue incertezze, le guerre con il tuo corpo. Ma io non avevo sorrisi così grandi.
Che se tu avessi avuto occhi azzurri, dentro forse avresti avuto il cielo, ma tu hai gli occhi neri, profondi.
Ma tu, dopo che sorridi, la senti la mia mancanza?
Quando sorridi con lui come facevi con me, cosa
provi?
Ci pensi mai ai nostri sguardi nascosti, alle volte che ci siamo regalati un sorriso immotivato?
Per me sei come quando sento il mio nome e mi volto.
Quando ti guardavo, pensavo " qualcosa è accaduto"
È come se dentro di me ci fosse una lista di persone, situazioni e ricordi su cui il mio pensiero per forza di cose si posa, più o meno a lungo, almeno una volta al giorno.
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A volte vorrei andarmene, ma sono schiavo delle convenzioni, schiavo del telegiornale che mi ricorda che le guerre sono ancora lontane da casa mia.
A volte vorrei che qualcuno si innamorasse di me, con il mento appoggiato sulle mani, senza che io dica niente. Che si devono fare così tante cose per sopravvivere che vivere non so più com’è.
Per le volte che ho creduto che l’amore fosse come la Salerno-Reggio Calabria, dove non è possibile costruire una terza corsia.
Un po’ di tempo fa, ho letto che le dimensioni dello stomaco variano in base alle quantità di cibo che riceve. E ho pensato che forse il cuore agisce allo stesso modo, che fa la stessa cosa con le emozioni.
Che ci sono tanti cuori, magri come nel dopoguerra.
Che forse non capiremo mai, nelle nostre camere in affitto per universitari, illuminate dagli schermi dei nostri portatili, che essere single e stare da soli non è una figata. Che una figata è tenersi per mano per tutta la vita.
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I miei occhi non si posano da nessuna parte.
Com'è che ogni gesto che faccio per te si tramuta in un gesto d'amore?
"Perché non lo sai?" chiedo.
Voglio saperlo perché è questo il motivo per cui sono qui.
"Sono fuggita per lasciarmi alle spalle il passato e invece me lo trovo sempre davanti, non so come sto.
È un periodo in cui mi sento inutile. E poi non è da te fare una cosa simile."
Parli come se mi conoscessi.
Come se la sintassi della mia esistenza fosse solo
quello che ho fatto per te.
Mi chiami "Passato".
"Meglio sentirsi inutili che sentirsi usati. Comunque a guardarti ti trovo cambiata" dico.
"Io ti trovo bene" rispondi con voce convinta.
Mi trovi bene, e com'è che mi manchi?
Per un po' mi guardi.
"Posso dirti una cosa?" chiedi e non mi lasci rispondere di sì. "A volte ti penso e forse a volte ti amo ancora."
Sorrido a metà e vorrei abbracciarti, ma tu sei un muro di ghiaccio, mi fai vedere cosa c'è dall'altra par-
te, ma non mi fai passare.
"Comunque grazie" dici e mi mostri un sorriso neutro.
"Non è un regalo, sono semplicemente cose che devi sapere. E comunque io invece a volte non ti penso, a volte non ti amo. Ciao, Pace."
"Ciao" rispondi, senza aggiungere altro.
Mi saluti con la mano. Quella mano che vorrei strin-gere, come quando il nostro sudore si mischiava.
Riprendi in mano lo scudo. Chiudi la porta mentre il tuo sguardo devia per un istante. Io scivolo nel buio, tu riprendi a vivere la tua vita. Io la metro.
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Sono queste le cose di me che non conosci.
E chissà se qualcosa sarebbe cambiato se avessi avuto più
coraggio.
E chissà se avresti scelto me.
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Non ho mai voluto un amore che mi facesse sentire vivo perché quell'amore mi avrebbe ucciso. Ma poi sei arrivata tu.


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