#QUANDO TUTTO SEMBRA IMMOBILE - Roberto Emanuelli
Qui ho capito che il mondo interiore che fin da piccolo mi ha sempre fatto sentire speciale, fuori posto, disallineato, ecco, qui ho capito che quel mondo di pensieri infiniti, dilanianti e profondi devo tenerlo solo per me, perché se ti mostri debole, per strada e nella vita, non vai avanti. E quel mondo lì forse è una ricchezza, sì, forse ti dà una marcia in più, come dice qualcuno, ma devi tenerlo nascosto insieme a tutta la tua imbarazzante fragilità.
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La strada ti osserva mentre cammini e parli e ti muovi, ti punisce se sbagli, o quando dici una parola di troppo. Ti racconta la vita con la sua poesia. Ti fa sentire il mondo con il suo profumo. Ti arricchisce se la rispetti. Ti ruba un po’ d’amore se le permetti di inghiottirti.
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Vorrei semplicemente ignorarti. Come fingo di fronte al mondo, da quando è successo. Come fanno quelli che da un momento all’altro si voltano, guardano verso nuovi orizzonti e smettono di correre in quei luoghi del passato dove erano felici. E smettono di starci male. E smettono di provare rabbia e sconforto. E smettono di pensarci.
Vorrei essere uno di quelli, intelligenti, che prendono atto con sereno distacco di come ti sei comportata, del male che mi hai fatto, e ne traggono una conclusione. Vorrei essere uno di quelli che una volta toccato il fondo iniziano ad amarsi, a volersi bene, e che ricominciano da se stessi. Come in quelle storie positive di rinascita. Come consigliano quei manuali di psicologia motivazionale che ho accumulato di nascosto in questi mesi.
Invece comprimo tutta questa roba in un angolo della mia testa, la nascondo sotto i detriti, e i segni, e le cicatrici. Sotto lo schifo che ho nel cuore.
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«Sei stato davvero dolce», mi dice con un sorriso che mi scioglie il cuore.
«Vieni qui.» Le prendo la mano con una stretta
energica, poi la tiro a me.
«Ehi...» sussurra quando i nostri occhi sono così
vicini da non poter vedere nient'altro.
«Cosa vuoi?» chiedo con un tono volutamente
provocatorio e scontroso.
«Un bacio.»
La sua voce è languida, vellutata. Suona come un invito.
Quando le nostre labbra si toccano, sento qualcosa di inspiegabile, un'emozione che mi assale e per un attimo, un attimo soltanto, mi paralizza: è gioia, ma anche terrore.
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Le persone non possono nemmeno immaginare quello che ho dentro. E poi perché dovrebbero?
Tutto questo lo vivo solo io, dentro di me, non ne parlo, non mi apro con nessuno. Certo, i miei amici, mia madre, chi mi ama, ecco, capisce, sa, immagina.
Anche Margherita lo sapeva, e nonostante questo se n'è andata. Ma io sono sempre stato bravo a sfuggire alle sue domande, a far sembrare tutto meno grave, a liquidare come assurde e infondate le sue preoccupazioni e quelle di chi mi vuole bene e cerca di andare a fondo e di capire. Sono sempre stato bravo a svignarmela, io. Scappare è ciò che mi riesce meglio, sono un vero maestro.
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Anche così è bella da star male. Con quegli occhioni grandi ed espressivi, verdi, grigi, e viola, e gialli. Che tutte le volte penso siano il frutto di una magia. O di una maledizione. Ma solo per chi li guarda.
Ha la carnagione ambrata e le curve al punto giusto, il seno prorompente e i fianchi mediterranei e generosi. Lei si vede grassa, io invece so che non esiste una donna più bella e sexy di lei.
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Mi chiedo se sarò in grado di amare ancora. Non ha senso frequentare altre donne. Me lo ripeto tutte le volte, quelle poche volte che succede. Dovrei stare solo, per non creare problemi, per non procurare dolore, per non starci ancora più male, per non provare ogni volta questo senso di frustrazione, di freddo e distacco, per non sentire questo vuoto che mi lacera.
Daya mi piaceva davvero, mi piace la sua profondità, il suo mondo interiore. La lentezza con la quale parla e racconta. L'attenzione e la cura con cui mi ascolta. E in più è sexy da morire. Insomma, non era un gioco, per me non è mai solo un gioco.
Vorrei anzi poter prendere le cose con leggerezza, viverle e basta, ma non ci riesco. Ci tenevo, volevo che funzionasse fra di noi. Invece è stato un errore.
È sempre un errore. Perché niente ti fa male quanto ritrovarti in un posto, pur meraviglioso, mentre vorresti essere altrove.
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«Ma come è potuto finire tutto questo?» E anche se poi fingo di leggerli con noncuranza, quegli scambi, in realtà mi rendo conto di esserne dipendente, di averne bisogno.
Tutto questo, anche se ti sembra che serva per respirare, ti distrugge. Te ne nutri e lui ti annienta. Cerchi di nasconderlo persino a te stesso, è il tuo segreto. Se gli altri lo sapessero penserebbero che sei fragile e debole, patetico. Ma mentre perpetri il tuo delitto, mentre rinnovi il tuo segreto, ti senti proprio così, come non vorresti mai sentirti: patetico e debole.
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Mi eccita solo la verità.
Le cose vere, crude, reali.
Quelle che bruciano.
Datemi la notte.
Datemi i graffi.
Datemi la ruggine.
Datemi il sangue.
Datemi il fiato corto e il respiro pesante.
Datemi le corse controvento vicino alla riva.
Tutto quello che sa di vita.
Datemi solo la verità.
Quella che brucia.
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Ha gli occhi più belli e grandi che io abbia mai visto. E i capelli lunghi e soffici. Non posso toccarli, ma ne sono certo. Profumano di albicocca. L’ovale del suo viso, la carnagione ambrata, i lineamenti mi fanno pensare a una principessa persiana. Ha gli occhi verdi e grandi, così grandi che temo di poterci finire dentro e non ritrovarmi mai più. Sento ancora quel fuoco dentro. E penso, adesso, che l’odore di bruciato sa essere dannatamente divino.
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«Ciao!» rispondo, alzando leggermente una mano, rannicchiato e nascosto nel mio giubbotto di pelle. Io coi jeans chiari, io con i capelli lunghi fino alle spalle, io con lo sguardo incerto, io con questo terrore che sento da sempre di dire la cosa sbagliata nel modo sbagliato. Io che per non rischiare, poi, alla fine, non dico niente.
Io che ho appena scoperto che "ciao" non è solo una parola, ma anche un profumo. Il profumo della felicità.
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«Tutto qui?» chiede, avvicinandosi a me. Poi mi abbraccia, mi stringe forte, piange. lo resto immobile, non dico niente, non faccio niente, non muovo un solo muscolo, un solo nervo, un solo dito.
«Tutto qui», confermo appena si stacca, guardandola dritto negli occhi. Accennando un sorriso. Un sorriso gelido.
Poi metto la giacca, come se niente fosse, la saluto
ed esco.
Tutto qui.
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Corro, corro, corro e poi sono sempre qui: a fare a botte con le paure che reprimo e di cui non conosco né il nome né la forma. Con questo flebile ma costante senso di frustrazione. Sto come uno che è in guerra con se stesso. Mi difendo dai miei stessi colpi. Cerco di farcela contro un nemico rognoso: Daniele.
Ma è una guerra che ristagna.
E che, no, non la sto vincendo.
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Le sue parole sono un po' come una carezza, perché dentro di me so che sono state dette con il cuore. E allo stesso tempo, paradossalmente, questa carezza fa male, perché è una carezza affilata che tocca e preme e taglia dove
già c'è tanto sangue.
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E la vedo. Improvvisamente il suo viso e la mia vita sembrano coincidere, come se fossero la stessa cosa, come se uno non potesse esistere senza l'altra. Con un filo di voce riesco solo a dire: «Ehi».
«Ehi», risponde lei guardandomi negli occhi con un sorriso che, se non fossi il maestro assoluto dell'au-tocontrollo, mi stenderebbe a terra per sempre.
«Ho letto il cognome sull'insegna, poi ho sbirciato da fuori e ti ho riconosciuto. Sono felice che tu sia riuscito a realizzare il tuo sogno di avere una pasticceria tutta tua.»
«Te lo ricordavi?»
«Certo che me lo ricordavo.»
«Ti trovo bene!» dico fissandola. Ha un paio di pantaloni della tuta grigi con le tasche grandi, le Converse ai piedi, un maglioncino Lacoste vintage e un cappotto oversize verde scuro. I suoi capelli sono lunghissimi, molto più dell'ultima volta che l'ho vista, mentre tutto il resto è come allora: gli occhi, le mani, il sorriso.
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«E bello rivederti», dice Margherita voltandosi verso di me più volte; sembra emozionata.
Poi è Margherita a riprendere la conversazione.
«Ti ho pensato tanto in questi anni, Dani.»
«Ah, sì?»
«Si», ripete convinta. «E tu?»
«Io?» Abbasso lo sguardo continuando a camminare.
«Sì, tu mi hai pensata?»
«Come mai sei sparita?» le chiedo bruscamente.
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Poi aggiunge: «Eri importante tu, per me».
«Cosa intendi?» domando con la voce che trema.
«Intendo che quando ho saputo di dover partire e staccarmi da te ho vissuto il trauma più grande della mia vita. Intendo dire che sono sparita, all’inizio, perché non sapevo gestire tutto quel dolore, né avevo la forza di oppormi ai miei. Poi quella tristezza è diventata depressione: sono stata in analisi. Sapevamo tutti il motivo, ma ai miei bastava pagarmi sedute su sedute per lavarsi la coscienza. Alla fine quel trauma si è trasformato in consapevolezza, ed è stato come rinascere: ho cominciato un lavoro su me stessa che mi ha portata qui, dove sono adesso. Di fronte a te.»
All’improvviso si ferma, si mette le mani sul viso come per coprirlo, per nascondersi. Quando le toglie, i suoi occhi sono lucidi, lucidi e follemente belli. Esita ancora un attimo, poi mi dice tutto d’un fiato: «Lo sai che ero innamorata di te, vero?»
Queste parole mi arrivano addosso come un treno: non so se possa esistere qualcosa di più bello nell’universo .
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Chiudo gli occhi. Perché è così che si fa. Perché è questo che volevo. E le mie labbra, cieche e innamorate, viaggiano con dolcezza verso le sue. Quando le sfioro, sento che questo momento sarà per sempre il momento, lo spartiacque fra il prima e il dopo questo bacio. Fra il prima e il dopo lei.
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«Cambia di continuo qualcosa. Nei nostri occhi, ecco, anche nei nostri occhi, nel modo in cui guardiamo gli altri e noi stessi, cambia di continuo qualcosa, niente è mai uguale.» Per un attimo mi fissa e poi lo ripete:
«Nemmeno i nostri occhi».
«Sei stata convincente», le dico.
«E tu?» chiede.
«lo cosa?»
«Tu riesci a guardarmi con occhi sempre nuovi?
Oppure mi guardi sempre con gli stessi occhi e mi dai per scontata? Pensando che io sia sempre la stessa.»
«Non ti seguo, ora», rispondo irrigidendomi.
«A volte ho paura che tu abbia smesso di amarmi, di tenerci. Di tenermi.»
«Dai, Margherita, non ho voglia di discussioni
sterili.»
«Cazzo, io sì! Io ho voglia anche di quelle, anche di discutere per stronzate, è necessario sentirti in ogni modo per me, ok?» urla. Ci guardano tutti, ma a lei sembra non importare. Non ricordo di averla mai vista così, è un'esplosione del tutto inaspettata, un temporale in una giornata estiva.
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Sento il profumo del caffè che viene su nella caffettiera da due adagiata sul piccolo e un po' arrugginito fornello a gas che ieri sera, appena arrivati, abbiamo collegato a una minibombola. Poi mi arrivano anche l'odore dell'erba, quello della terra sul vialetto davanti alla nostra piazzola, e il rumore dei raggi delle biciclette di adulti e bambini che si susseguono di continuo, qui al campeggio, così come il mormorio delle persone che parlano e ridono e lavano i piatti
nei lavatoi comuni.
E sento il profumo di lei, di seta e felicità, mischiato alla mia vita.
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La guardo negli occhi senza aggiungere altro. Poi mi avvicino e la abbraccio forte. Indossiamo entrambi solo il costume, e il calore dei corpi che si toccano crea vibrazioni tutte nostre. La bacio, sfiorandole solo le labbra e sforzandomi di scacciare i ricordi. Poi le sussurro in un orecchio: «Buongiorno, comunque».
«Buongiorno.»
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Abbiamo portato delle birre, un iPod, e i nostri occhi. Parliamo tanto. Parliamo di tutto. Lei mi racconta cose che non mi aveva mai detto. Mi dice delle sue paure. Dei suoi sogni. Dei genitori. Io faccio lo stesso. Ci spogliamo, restiamo nudi. Anche se i vestiti, almeno all'inizio, li teniamo addosso.
Poi facciamo l'amore, per tutta la notte. In modo dolce, delicato. E non è solo sesso, è molto di più. E spiritualità. È nirvana. È sentirci. Respirarci. Io dentro di lei, e lei dentro di me. È baciarci a lungo senza soluzione di continuità. È sussurrarci. Sfiorarci con le labbra e coi pensieri e gli occhi chiusi. E consegnarci l'uno all'altra, senza riserve. E muoverci lentamente
entrando sempre più a fondo...
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Poi lei aggiunge: «Vorrei che questo momento
non finisse mai».
«Non può finire qualcosa che, in fondo, non è
mai iniziato.»
Lei si volta verso di me, quasi impaurita, e mi fissa cercando nei miei occhi una risposta rassicurante.
«Ma come?» chiede.
"Tu sei sempre stata qui: certe cose, magiche, im-portanti, preziose, ecco, sono come i miracoli, non iniziano e non finiscono, ci sono e basta", questo vorrei risponderle. Ma non ci riesco. Accenno un sorriso e la stringo forte a me, in silenzio.
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«Tu, qui dentro, hai qualcosa da risolvere», e mi sfiora il petto con l'indice.
Io la fisso dritta negli occhi, poi distolgo lo sguardo spostandolo su un punto nel vuoto, e non dico niente.
«Me la offri una sigaretta?» mi chiede accaldata.
«Certo.» Cerco il pacchetto nei pantaloni aggrovigliati sotto i miei piedi, sul pavimento.
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La verità è che non sono a posto dentro, non sono pronto, e sì, ha ragione lei, ho qualcosa da risolvere,
più di qualcosa...
Ma come lo risolvo un problema che non so affrontare? Come la vinco una guerra contro me stesso?
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Forse perché io sono l'esatto opposto.
Io sono il tipo che si siede accanto a quelli che finiscono sotto i riflettori. La loro sedia è illuminata, la mia no. Ma io preferisco la penombra, subito prima della luce e un attimo dopo del buio. Mi piace viverli, i momenti importanti, farne parte, sì, ma da spettatore, non da protagonista.
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E forse, qualche volta, non piangiamo per comprimere le emozioni, per tenerle a bada, per renderle piccole, per far sì che facciano meno paura.
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Dopo un mese di tentennamenti, senza dire niente a nessuno, trovai un nome su internet. Andai dal terapeuta e ci parlai un paio di volte. Aveva un approccio lacaniano: una psicoanalisi profonda, molto profonda, troppo profonda...
Infatti decisi di sospendere le sedute e rinviare a quando mi sarei sentito pronto ad affrontare tutto quel casino che avevo dentro.
Non ho mai raccontato a nessuno degli attacchi, né dello psicoterapeuta. Non per qualche tabù o pregiudizio, ma per una forma di difesa personale. Avevo bisogno di sentirmi forte, non volevo mostrarmi vulnerabile neppure ai miei stessi occhi. Tanto meno agli occhi del mondo. Non volevo essere commiserato.
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«Il punto è che è andata così, devo prenderne atto. Devo semplicemente farla uscire dal mio cuore
Farla andare via.»
«Sappiamo entrambi che non è così semplice. Che se è lì dentro che spinge, non va via solo perché dici di volerlo.»
«Sai, è che a me è bastato il primo sguardo per lasciarla radicare per sempre nel mio cuore. Non l'avrei mai più dimenticata nemmeno se quella davanti alla tua scuola, quel giorno di ottobre, fosse stata l'unica volta che l'avessi vista.»
Giorgia fa un sospiro, lungo e profondo, e sento un rumore dall'altra parte del telefono, come se si fosse scomposta per un attimo e poi ricomposta.
«Dani, credimi, è così raro quello che stai dicendo.
È speciale. Sei speciale! E non devi permettere a nes-suno, nemmeno a te stesso, soprattutto a te stesso, di farti pensare che tutta questa poesia sia sbagliata.»
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«Sai cosa ho imparato negli ultimi anni in carcere?»
mi chiede guardandomi dritto negli occhi.
«Cosa?»
«Ho imparato a riconoscere le persone. A riconoscerle dallo sguardo. A sentirle... al di là delle loro azioni.»
«Ok», rispondo, senza capire dove voglia andare a parare.
«È una questione di sopravvivenza. Se non sei capace di sgamare i pensieri di chi hai davanti, corn il rischio di non poterlo raccontare più a nessuno.
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Mai come in questo momento mi sono sentito in contatto con le mie emozioni. La paura di perderla per sempre, di perdere ancora, ancora una volta, di perdere tutto, me stesso per primo. La sensazione di essere sbagliato, e il timore che quello che provo, che tutto quello che provo sia sbagliato. La consapevolezza che mettere nelle mani di qualcuno i miei sentimenti potesse rendermi fragile. Vulnerabile.
Frangibile. Il terrore dell'abbandono.
Ah, cazzo! E successo tutto per causa tua, papà!
Prenditi questa macchina, è il mio regalo per te, sì...
Ma non te lo perdonerò mai di essere morto, mai! Non me lo perdonerò mai di averti lasciato morire senza dirti nemmeno una volta quanto cazzo ti volessi bene!
E poi il mio immobilismo. Quanto forte devo correre per riuscire a essere ancora immobile? E la felicità, il pensiero costante di non meritarmela, la felicità. E allora boicottarmi, boicottarmi di continuo.
Per essere sicuro di non sfiorarla mai, quella felicità.
E la certezza di non voler più ferire chi amo. Di non voler più essere cieco davanti al dolore, il mio e quello degli altri. Le mie debolezze, i miei errori, le mie fragilità. La vigliaccheria.
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«E sai che penso?» continua lei.
«Cosa?»
«Che nessuno è perfetto. Che tu non sei perfetto, e nemmeno io lo sono. Ma adesso che sei qui capisco che non c'è niente che io voglia al mondo più di te, e che non vorrei che tu fossi nemmeno un po' diverso da come sei.»
Improvvisamente è come se mi scorresse nella testa il film della mia vita, e non solo le cose fatte, quelle realizzate, le azioni compiute, quelle quotidiane che rinnoviamo di continuo come in un copione noioso e prevedibile, un posto sicuro in cui rifugiarci per scappare dalle nostre paure.
No, mi scorrono nella mente soprattutto le cose che avrei voluto fare ma non ho avuto il coraggio di fare, quei gesti meravigliosi che ci cambiano la vita e che, nello stesso tempo, ci terrorizzano perché sfiorano le nostre paure più antiche e radicate.
Mi vengono in mente le parole, quelle che non abbiamo avuto la forza di dire, le uniche per le quali avrebbe avuto un senso parlare, quelle che, dopo che le hai pronunciate, non sei più la stessa persona, quelle che sanno innescare un terremoto.
«Ti amo.»


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