#PIU' FORTE DI OGNI ADDIO - Enrico Galiano
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Avete mai provato a dire addio a qualcuno?
Io ho una teoria: che gli addii siano il momento più bello di una storia d'amore. Quello più pieno, più intenso, più tutto. Pensateci: siete lì, state per salutarla per sempre. Sapete che fra qualche minuto non la rivedrete mai più, e con lei avete condiviso gli angolini più remoti del vostro stupido cuore: vi siete regalati sogni, desideri, paure e tutti i vostri deliri mentali e, tempo tre o quattro giri di lancetta, ciao. Saranno o non saranno i tre giri di lancetta più pieni di vita che avrete mai avuto?
La risposta è sì.
Sempre secondo la mia teoria, in un mondo perfetto, due che si amano - che si amano davvero dico - si stanno sempre dicendo addio. Lo so, lo so, sembra un'idiozia, ma seguite il ragionamento: se fosse possibile tenere vivo per sempre quello stato mentale che ti fa guardare la tua lei o il tuo lui e pensare: Oh merda! Fra un po', non so quanto, un anno, due, dieci, io non potrò più vedere questa persona! Devo assaporare tutto di lei perché poi la perderò!
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Fu li che accadde. Come un'illuminazione. Capii che l'unico modo per evitare del tutto il dolore è stare fermi. Non fare niente. Chiudersi dentro una corazza sicura, lasciare il mondo là fuori, lontano, dove non ti può toccare. Tutto molto bello, se non fosse che questo è anche disgraziatamente il metodo più efficace per dire addio alla felicità.
Ok, magari non riuscii a formularlo così bene, quel pen-siero, ma era una cosa che sentivo. Che il dolore non è una pagina della vita che puoi saltare, perché quel maledetto non è neanche una pagina, ma se ne sta lì nascosto fra le righe di tutte le pagine. Sembra la frase più pessimista della storia, ma non potete immaginare quanto sia una botta di vita.
Sì perché mi fece dire una cosa piccola piccola, ma così importante da cambiarmi tutto: mi toccai il bernoccolo e pensai: "Be', meglio soffrire che non sapere neanche che sapore abbia la felicità!"
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Sì: anche ora, mentre le fitte alla base dello stomaco al solo pronunciare il suo nome non mi fanno alzare dal letto, mentre il solo pensarlo mi fa sentire uno scemo, io ci credo ancora a quell'intuizione adolescenziale: il fatto che sia probabile farsi male non è mai un buon motivo per rinunciare a provare a farsi bene.
A me della storia di Icaro era rimasto impresso il volo, non lo schianto. E in ogni caso, se è caduto, non è stato certo per aver osato troppo, ma per averlo fatto con le ali sbagliate.
Ma quel giorno in treno? E tutti gli altri? Che cavolo mi stava succedendo?
Colpa di quel profumo, secondo me.
Giuro, non avevo mai sentito niente del genere.
Un profumo buonissimo, fresco: sapeva di... mare. Sì, di mare. Era come se qualche mastro profumiere geniale si fosse inventato il modo di prendere il mare e imbottigliarlo in un'essenza: ma non un generico mare, no, quell'odore per me era lo stesso che avevo sentito da piccolo in un laghetto artificiale che si era creato tra gli scogli di una spiaggia semideserta della costa ionica, nell'alto Salento.
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"Nina, ascolta". lo pensavo stesse per partire un'altra barzelletta scema e invece lui stava diventando serio, e continuò: "Io non ho studiato tanto, per cui ho solo tre cose da insegnarti. Tre, non di più. La prima è che il segreto per un aglio e olio da paura è aggiungere un pizzico di farina. La seconda è che la parola più bella del mondo è grazie. Che saprai che sei felice il giorno in cui ti verrà spesso da dire grazie".»
«Tuo padre era proprio un figo. E la terza?»
«"E la terza", disse, "la terza è che un giorno ti succederà di provare emozioni che non capirai. Di ritrovarti proprio lì, sullo stomaco, o dentro il petto, o a volte sulla punta delle dita, cose che non riuscirai a descrivere. E fanno sempre un po' paura, le cose che non si riescono a descrivere." Giuro, così mi disse. Io avevo solo dieci anni, non è che riuscissi molto ad afferrare quello che mi stava dicendo, e c'era odore di purè caldo e medicinali, e i suoi occhi lucidi, e allora Homer mi disse: "Quando ti succederà, scrivi storie.
Scrivi storie e vedrai che, dopo, quello che senti non ti farà più così paura"
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Solo una cosa avevo notato, di lei.
L'unica che mi pareva avere un senso: si metteva sempre dalla parte del finestrino e sempre con la testa rivolta all'indietro, insomma nel verso opposto alla marcia del treno.
E, sì. Ho una teoria anche su questo.
Secondo me le persone non si siedono a caso sul treno.
C'è chi cerca di sedersi sempre verso la destinazione e chi verso il punto di partenza. Chi guarda scorrere il paesaggio in avanti, chi indietro. Il primo è qualcuno che vuole andare dritto verso la sua meta, qualcuno che ha grandi sogni e progetti, qualcuno che non ha un passato in mezzo ai piedi che ancora lo trattiene, qualcuno che ha fretta di crescere e diventare grande; il secondo è qualcuno che ha qualcosa, là dietro, che ancora non si è messo a posto, qualcuno che vuole sempre capire tutto per bene e non si lascia mai scivolare addosso le cose, qualcuno che ha ricordi disseminati dietro di sé con cui ama crogiolarsi e tenersi compagnia.
Vabbè, poi c'è chi si siede da una parte o dall'altra perché non c'è posto, o perché così non gli viene il mal di treno, ma questo è un altro paio di maniche.
Lei, questo era quello che mi sembrava di sentire, era qualcuno che là, in quel passato, aveva qualcosa di brutto, qualcosa che non ne voleva sapere di diventare passato e che si ostinava a rimanere presente. In quei giorni d'inverno non potevo neanche lontanamente immaginare quanto la mia teoria dei treni fosse azzeccata.
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«Tutti che parlano di questa cosa, la felicità, e te la vendono come la cosa più bella del mondo. E hanno ragione, ma si dimenticano sempre di dirti l'unica cosa davvero importante, della felicità.»
«Quale?»
«Che il giorno in cui scopri di essere felice è anche il giorno in cui scopri quanto sei fragile.»
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Nina?
Non aveva ancora mai avuto un colore, lei: era come se cambiasse continuamente, passava dal rosso acceso delle spie luminose sopra le porte, al nero dei treni quando vanno improvvisamente in galleria, ogni volta che la incrociavo un colore diverso. Ma quel mattino, quando per la prima volta sentii la sua voce, quello «Scusa!» detto a due centimetri da me, per la prima volta lo vidi.
Indaco. La sua voce era indaco.
Lo stesso colore del cielo quando sta per diventare spazio siderale. E anche lo stesso colore di una botta, quando fa più male.
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«No! Nella vita tutto quel che ti serve è una manciata di secondi in cui mandi a fanculo le tue paure idiote e ti butti!
Carichi quella tua canzone su YouTube, lo scrivi quel racconto, spedisci quella mail al lavoro dei tuoi sogni e, soprattutto, vai dalla persona che ti piace e le dici qualcosa, qualsiasi cosa, perché l'amore è sicuramente importante ma se nessuno dei due fa il primo passo l'amore non arriva, e un amore che non arriva è un treno spento: ti ci puoi sedere dentro, fantasticarci su quanto vuoi, ma non ti porta da nessuna parte,»
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Non so che rapporto avete voi con i vostri desideri.
Una volta ho sentito che la parola desiderio viene dalla parola sidera, «stelle», ma che col prefisso de- significa in realtà «mancanza di stelle», e io trovo che non esista definizione più azzeccata, perché inizi a desiderare le stelle quando il cielo è nero di nuvole e non si vede niente: io avevo diciotto anni e mai avuto una ragazza, mai, neanche un bacio a fior di labbra, figuriamoci un bacio vero. Quello era il mio cielo nero e, come avevo sentito il suo ‹scusa!» quel giorno, era scaturito forte in me il desiderio di vedere le stelle.
Avrei voluto essere diverso. Il tipo che sa sempre cosa dire a una ragazza, che ha la risposta giusta al momento giusto, e soprattutto che sa andare dritto all'obiettivo (nel mio caso: farla innamorare perdutamente di me).
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«Sì, mi diceva: "Tu senti tutto di più. Ti diranno che è una sfortuna, ma in realtà è un dono, perché ti basterà po-chissimo, un gesto, anche una parola, qualcosa di piccolo, per essere felice. E un dono perché chi sente di più vuol dire che è più vivo: e tu sei la più viva di tuttil?.»
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Fece una pausa mentre il treno rallentava per entrare in stazione. Stavo per dire qualcosa quando lei riprese, interrompendomi: «E proprio bello, cacchio se è bello, non pensare a niente».
Quando finì di dire questa cosa, io ne capii due: che era la persona più lontana da me che avessi mai incontrato, e che era quella che più di tutte volevo vicino.
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Perché due gocce diventano una goccia sola anche se una non passa sopra l'altra, ma passano solo vicine?»
«Oddio, adesso sono curiosa anch'io: perché succede?»
«Michele mi ha detto che è perché sono fatte della stessa sostanza. Che quando ci sono molecole uguali, iniziano a cercarsi. Che si chiamano, per così dire. E poi si trovano anche se sono distanti. E infine basta che si passino vicino, anche leggermente vicino, per riconoscersi. E da lì in poi saranno una goccia sola, anche se in realtà lo sono sempre state.»
«Cazzo.»
«Sì, è quello che ho detto anch'io.»
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«Nessuno di noi è una linea», mi disse, piano piano, avvicinando le labbra al mio orecchio come se mi stesse confessando il più segreto dei segreti. «Nessuno. Forse cominciamo con l'essere una linea, ma arriva sempre il giorno in cui qualcuno ci trascina fuori da quest'idea stupida che siamo una retta che va da qualche parte: e allora diventiamo una croce. Qualcuno che viene a sbattere contro di noi e ci cambia, ci trasforma per sempre. E poi andiamo avanti, cer-to, ognuno fa quel che deve fare, fa la sua strada, ma a quel punto non saremo mai più solo una linea, saremo cambiati per sempre: saremo sempre una croce.»
Tolse il suo indice e spinse il mio a finire il percorso, in bilico su quel filo di pelle. Proseguì: «Anzi, la cosa più incredibile è che siamo sempre stati una croce, anche quando ce ne andavamo dritti convinti di percorrere una strada solitaria. C'è chi se lo dimentica e fa finta di essere di nuovo una linea, e chi non se lo scorda più».
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«Mi disse che non è tanto il buio, il problema: è il silenzio.
Che non sapeva come funzionava per gli altri, ma quello che gli faceva più paura era il silenzio.»
«Il silenzio.»
«Sì. Disse che, se sei cieco, è così che il mondo si spegne: che è col silenzio che non sai cosa succede, è allora che devi spaventarti, perché, finché il mondo fa rumore, bene o male lo puoi decifrare, ma il silenzio no. "Il silenzio è brutto", disse. "Il silenzio fa schifo."»
«Sì, Flo. lo era una vita che lo cercavo, il silenzio. L'ho sempre adorato. Mia mamma mi ha detto che da piccola potevo stare anche per ore da sola in camera mia. Per me era come fare la doccia... ai pensieri. Mi sembrava che a forza di stare tanto tempo in mezzo agli altri mi si scombinassero. Mi si sporcassero.»
«Sì, a volte gli altri fanno questo effetto.»
«E il silenzio mi dava una ripulita ai pensieri. È sempre stato il mio modo di tenere il mondo lontano, per impedirgli di farmi male. Solo che non mi rendevo conto di quanto gli stessi anche impedendo di farmi bene.»
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E in quel pomeriggio, su quella panchina in centro, con le dita fredde di una fine febbraio e nell'aria l'odore delle frittelle, mi accorsi che, per la prima volta, riuscivo a stare in silenzio con qualcuno senza avere paura.
Io e lei parlavamo sempre molto, soprattutto lei, però quelle rare volte in cui nessuno diceva niente, su una panchina o quando stavo attaccato al suo braccio, succedeva qualcosa di simile a quando ci si sveglia nel cuore della notte, d'estate, e da fuori, attraverso la finestra aperta, arriva il frinire dei grilli e si avverte come una sensazione di pace, come se il mondo avesse deciso una volta per tutte di mettere fine a tutte le guerre. Non sembra possibile esistano guerre dove si sente il frinire dei grilli d'estate, e così era per me dentro i silenzi di Nina Florenzi: estate, notte, grilli, pace.
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«E come mai ne parli al passato?»
«Una di quelle storie che vanno troppo veloci, in cui succede tutto troppo presto. Un anno appena. Però non sposterei una virgola di quell'anno, perché mi ha insegnato l'unica cosa che so sull'amore e su tutta quella roba li.»
«E che cos'era, se posso chiedertelo?»
«In un'ora e mezza mi hai detto tutto di te, vuoi non potermelo chiedere?»
«In effetti.»
«Credo che sia... tipo, che sia come questi girasoli. Sì, l'amore è come questi girasoli.»
«Cioè?»
«Cioè, quelli sono dei cazzo di girasoli, non hanno niente di così speciale, anzi, se ci pensi bene come fiori a volte sono anche un po' bruttini. Quanti ne avrai visti in vita tua? Potresti dire che sono belli come le rose o come, che ne so, le calle, i narcisi, o anche le tue amiche orchidee? No, vero?»
«Direi di no.»
«Eppure quando arrivi davanti a quel quadro è come andare in ipnosi da quanto è bello, ti stordisce, ti fa girare la testa, e quando distogli lo sguardo ti sembra quasi che tutto il mondo sia giallo, che sia diventato come quei girasoli, come se dentro quei girasoli ci fosse tutta la bellezza del mondo. Non è incredibile?»
«Non ci avevo mai pensato, in effetti.»
«L'amore è questo che dovrebbe farti, fare quello che
Van Gogh fa con i girasoli: tu sei lì, non sei niente di speciale, anzi hai anche un sacco di lati che il resto del mondo vede e pensa siano stupidi, pazzi, brutti o insignificanti, e poi improvvisamente arrivi davanti a qualcuno matto abbastanza da guardarti e vederci dentro tutta la cazzo di bellezza che c'è nel mondo.»
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Mancava la logica in quello che era successo. Quel treno non doveva essere li, non aveva alcun senso. Per quel che potevo capirci, suonava solo come una grande buffonata.
Era sbagliato. Era un due più due che dà come risultato cinque.
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«Ti facevo più una tipa da tramonti.»
«I tramonti sono belli, ma le albe mi piacciono di più.»
«E perché?»
«Boh, non saprei. Forse perché ti dicono che la notte se n'è appena andata, mentre i tramonti ti dicono che sta per arrivare.»
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«Sai che non ci sto capendo niente, vero?»
Sorrisi. Forse io stesso stavo iniziando a capire quello che stavo dicendo solo mentre lo stavo dicendo.
«Newton ha scoperto che la forza di gravità non riguarda solo uno o l'altro. Non è solo la terra o l'omino, perché la forza di gravità è in realtà un'interazione. Sono tutti e due che si attraggono, che si stanno cercando. E, se riescono a liberarsi degli impedimenti che si frappongono, prima o poi si troveranno e diventeranno una cosa sola.»
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Io non so come sia baciare le altre, so com'è baciare Nina, forse baciare è così per tutti, non lo so, me lo auguro, ma per me baciare lei è come quando torna la luce dopo ore di blackout, è il primo contatto della pianta del piede con l'acqua di mare gelata sul bagnasciuga, è il suono di una campana all'alba, è il fruscio delle foglie al pomeriggio mentre fai un pisolino, è roba che ti incasina dentro e, ogni volta, ne esci un po' cambiato, un po' rimescolato, così che il ricordo successivo è di lei che dice: «Cos'è questo rumore?» e di noi che ci fermiamo per due secondi tesi ad ascol-tare, non era niente, e poi infine ricordo il suono, quello sì lo ricordo bene, il battito del suo cuore o forse il mio o forse entrambi, il tamburellare prima forte poi fortissimo poi lento poi fortissimo di nuovo.
Ancora, era quel tu-tum sul treno. Eravamo di nuovo lì e forse ci siamo anche adesso. lo di sicuro. Il nostro rimbalzarci domande e risposte era ora un gioco che facevamo con le mani, con le labbra, con il sesso, con lei che sopra di me si muoveva e io che speravo di non fare cazzate, col suo respiro che era una nuvola nella stanza, con quella voce che sentivo dentro di me mentre tutto accadeva e che mi diceva: Ma sta succedendo davvero? Lo sto facendo davvero?", sinceramente non so se è capitato anche nella realtà o solo nella mia testa, se è stato lo stesso per lei, so solo che anche adesso che lei non c'è più, anche ora che mi ha lasciato qui sullo stesso letto a soffrire come un cane e ad avere nostalgia anche dei suoi starnuti, se mai qualcuno venisse da me e mi chiedesse se lo rifarei, se rifarei di incontrarla conoscerla e farci l'amore, anche al prezzo di tutto il dolore che ora mi resta, al solo pensiero di quel pomeriggio, io risponderei, solo: «Sì, cazzo. Cazzo, sì».
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«Il punto è che esistono due categorie di persone nella nostra vita: i tatuatori e i cancellatori.»
«Eh?»
«Ma sì! Quelli che ti lasciano i segni addosso e quelli che te li tolgono. Quelli che ti cambiano, che a suon di piccole cicatrici ti trasformano, colorano la tua pelle e alla fine ti fanno diventare una cosa diversa. E poi quelli che arrivano e piano piano, pazientemente, pezzo per pezzo, cancellano
tutti i segni. Quelli che ti fanno assomigliare ogni giorno di più a quella che sei.
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Li riconosci subito quelli che hanno avuto un vero dolore e non perché sono più stronzi, non perché hanno la scorza più dura: io non li sopporto quelli che con la scusa del dolore diventano più cattivi. No, il vero tratto distintivo di chi ha sofferto per davvero è che, in fondo, è: gentile. C'è come un velo di clemenza sopra tutti i gesti, chi ha sofferto davvero non infierisce mai, non calpesta, sta attento a tutto, osserva, se può evita di ferire e se non può preferisce ferire sé stesso; la voce gli si colora di un soffio mite di calore, non urla più e se lo fa, lo fa solo contro il vento. Chi ha sofferto davvero è diverso perché è disarmato, esce senza la pistola, sorride leggero, scherza tutto il tempo, non fa sempre a gara, chiede scusa, cammina in punta di piedi.
E ride, ride un sacco, più di chiunque altro.
Chi ha sofferto davvero conosce il segreto delle lacrime, quello che sono nel profondo, e cioè: preziose.
Chi ha sofferto davvero ha l'anima lavata, che profuma.
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Il difficile non è tanto vedere. E farsi vedere.
Far sì che qualcuno ti veda. E una faccenda che riguarda tutti, mica solo i ciechi.
Tutti sappiamo che gli altri sono lì, tutti sappiamo che ci guardano, ma allo stesso tempo quante volte ci sentiamo invisibili, quante i nostri gesti sembrano inutili, le nostre parole mute: è così dannatamente difficile trovare qualcuno che, semplicemente, ci veda. Qualcuno che ci metta dentro il pezzo di mondo che i suoi occhi tagliano ogni istante.
Be', una volta che lo trovi, quel qualcuno, c'è solo una cosa che puoi fare: tenertelo stretto. Chiunque sia, da ovunque venga, qualsiasi cosa abbia fatto prima di passare dalle tue parti, fregatene. Se trovi qualcuno che ti vede, apri quegli occhi, ringrazia il cielo e fai altrettanto con lui.
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Te le voglio solo dire, tutte.
Così, come mi vengono.
Il cielo, soprattutto. Mi piacerebbe dirti il cielo, Michele.
Michele il cielo di dicembre qui in Friuli è marmellata grigia su un pane di freddo, e tu già mi manchi, e domani mattina non dovrò venire ma verrò, so già che verrò, perché dodici minuti sono niente, vorrei che quel treno non fermasse così presto, vorrei che tu andassi in una scuola lontana, e a un certo punto tu hai messo la mano sul vetro, toccavi il vetro, e io ti guardavo la mano che toccava il vetro, e pensavo che forse volevi sentire il freddo e il liscio di quella superficie mentre fuori il mondo ci correva via, non era un toccare distratto, si vedeva benissimo che le tue dita erano i tuoi occhi in movimento, come se fosse il tuo modo di guardare fuori, e la sensazione precisa che mi facevi provare era caldo, ci credi?, caldo era vederti lì sfiorare quel freddo, e non so come ho fatto a trattenermi ma io volevo dirti che, se volevi, te lo raccontavo io cosa c'era fuori, che se vuoi ti posso raccontare tutto quello che vuoi, tutto quello che non puoi vedere, mi piacerebbe molto farlo anche se so che non lo farò mai.
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Ecco cosa dovevo dirti!
Ora me lo sono ricordata ed è questo: tutti posso guardarmi ma ti giuro, oggi è stata la prima volta che qualcuno mi ha vista davvero.
Tu, che sei cieco, sei la prima persona che mi ha vista davvero.
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No, il dolore, se è vero dolore, non lo puoi cancellare.
Bene che vada, lo puoi solo addomesticare.
Volevo alzarmi da quella sala d'attesa, uscire e andarmene fuori a respirare. L'aria si era fatta pesante e mi sentivo co me dentro un doppio strato di buio. Ma volevo comunque sapere. Volevo andare fino in fondo, ascoltare anche l'ultimo messaggio. Capire cos' era successo davvero, quella notte quando le nostre macchine si erano scontrate, perché non mi era per niente chiaro il ruolo che doveva aver avuto la madre, in quella faccenda. Perché Nina la difendesse sempre, anche quando era francamente indifendibile.
Ma più di tutto, più di quello che era successo la notte del Big Bang, volevo capire cos'era accaduto in quei mesi in cui eravamo diventati una cosa sola.
Così resistetti e restai seduto lì.
E schiacciai di nuovo PLAY.
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Hai presente quando ti ho detto che avevo bisogno di vedere da vicino quanto male ti avevo fatto? Ecco, quando mi hai messo in mano il tuo quadro è stata la prima volta che ho potuto vedere di che cosa ero stata capace, e quanto dolore ero riuscita a causare, e... immaginarlo è una cosa, ma vederlo... era di più, molto di più di quanto... era un dolore così grande che lì, in quei due secondi in cui sono riuscita a tenere in mano il quadro prima di farlo cadere e romperlo... in quei due secondi ho capito due cose, tutte insieme... due cose, Michele.
La prima era che ti amavo e la seconda era che non avrei mai potuto stare con te.
Ecco, ora ti ho detto proprio tutto.
Non so quanto ti possa importare, ma mi sento come una spugna spremuta. Mi sento un frigo vuoto che ronza nella notte, in questa notte prima di vederti di nuovo. E fa freddo. Tanto.
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Quanto stupido ero stato, a credere al destino?
Io e la ragazza dei miei sogni che ci incontriamo per caso in un treno. Come no, per caso. Che povero illuso.
Poi pensai a quante occasioni aveva avuto per dirmi tutto, a quante volte i suoi occhi dovevano essersi fermati davanti ai miei, con le parole a un centimetro dalle labbra, pronte a uscire: parole semplicissime, quattro in tutto: «Michele, sono stata io», solo questo doveva dirmi. Perché non l'aveva fatto?
Molti credono che il materiale più raro sulla terra sia l'oro, ma sbagliano. C'è un metallo, l'iridio, che è ancora più raro dell'oro: lo si trova in appena lo 0,0000000004 per cento della crosta terrestre. Pensate, non è neanche del tutto un materiale di questo pianeta, perché probabilmente è arrivato qui insieme all'asteroide che fece estinguere i dinosauri. Gli scienziati dovrebbero essere onesti e ammettere che c'è un materiale che è ancora più raro dell'iridio, così raro che si fa fatica a credere esista davvero, e quel materiale è il coraggio. Quella è la cosa che manca di più sulla terra, il coraggio, le palle di alzarsi e andare là fuori a fare qualcosa e non stare soltanto a guardare, le palle di dire di no quando vedi qualcosa di sbagliato, le palle di dire ti voglio bene quando vuoi bene a qualcuno e soprattutto, soprattutto: ho sbagliato, sono stata io, mi dispiace tanto, alla persona a cui hai rovinato la vita.
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«Per scrivere delle belle storie bisogna essere bravi. E tu sei molto brava», dissi. «Ma per essere delle belle storie bisogna essere coraggiosi...» Lasciando volutamente dei puntini di sospensione alla fine.
<<E tu coraggiosa non lo sei manco per niente>>
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Scusa se poi ho permesso che le parole diventassero baci e poi i baci questo immenso casino in cui ho messo tutti e due, ma soprattutto te. Scusa se ti ho fatto entrare dentro il mio mondo e scusa se sono entrata nel tuo. Insomma scusa, davvero scusa, se non sono riuscita a evitare di innamorarmi di te.
Buona notte.
Nina.
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Il finale neanche io lo so.
Non lo può sapere nessuno. E per questo che sono qui!»
«Te lo racconto io il finale, è molto semplice. Tu un bel giorno ti svegli e, chissà cosa diavolo ti passa per la testa, decidi che non si può, che è tutto troppo per te, che hai paura di farmi soffrire o di avermi già fatto soffrire e cazzate del genere, e allora io ti scrivo e tu non mi rispondi, vengo a casa tua e tu non ti fai trovare, sparisci, scappi, te ne vai, fuggi, te la dai a gambe, scegli tu il sinonimo che più ti aggrada ma è questo che fai tu, scappare, è la cosa che ti riesce meglio. Con una sola differenza: stavolta non ne avrai bisogno, perché sono io che ti mando via!»
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E poi mi fece capire una cosa a cui credo ancora oggi che le cose sono andate in malora e non c'è più speranza che le mie labbra possano di nuovo accarezzare le sue palpebre: questa idea che ci si debba innamorare solo di chi è come noi è semplicemente stupida, io non la voglio, non mi va giù, è solo un bel modo per prevenire il dolore, di starsene al calduccio protetti e nascosti dal pericolo di soffrire: sarebbe come dire a un esploratore che può viaggiare, ma solo nei paesi dove si parla la sua lingua.
Non è avere gli stessi gusti, gli stessi problemi, le stesse paure e gli stessi pensieri. A quel punto clonatemi e fatemi innamorare di me stesso, no?
Pag 298
Nina in quel viaggio la vidi, e vidi che non era un maglione, non era una giacca, non era una sciarpa. Era quella maglietta vecchia e scucita che tua madre tí dice di buttare e che tu non butti mai. Quella che tutti ti dicono che ti sta male e tu invece dentro ci stai da dio. Quella che se potessi, se non dovessi lavarla ogni tanto, la terresti sempre addosso. Questo era Nina.
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Vedete, ci sono cose che anche se chiudi gli occhi le continui a vedere.
Quando perdi qualcuno che ami quello che ti succede è che ti rendi conto di quanta bellezza c'è là fuori, spalmata su tutte le cose, onnipresente nelle goccioline di nebbia che ti si attaccano alla faccia quando cammini in campagna, e nel clangore delle rotaie sui binari mentre corre il treno di mattina, e nello scarto dal freddo al caldo di quando ti sposti da un posto all'ombra a un posto al sole, è dappertutto e tu lo senti, e ti fa male, fa un male cane renderti conto di quanta bellezza c'è intorno a te, perché se hai perso chi ami ti senti continuamente come uno chiuso fuori dal teatro durante lo spettacolo più bello: sai che la bellezza c'è ma sai che non è più roba tua, perché lei era dentro le goccioline, dentro le rotaie, dentro il sole. E adesso non c'è più.
Lì vorresti solo poter chiudere gli occhi, non sentire niente, creare del vero buio dentro di te, riposare lo stomaco da quella specie di fitta costante che ti prende ogni volta che pensi a lei.
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Continuammo a ripetere «ehi» per un minuto buono. Gli ultimi due o tre, ridendo. Credo sia stato il nostro modo di dirci che non ci sembrava vero, di essere lì. Eravamo di nuovo ciascuno nel posto che più era il nostro, ovvero a pochi centimetri lei da me, io da lei.
Pag 330
E mi sembrava tutto così fragile, mi pareva che tutto potesse finire da un momento all'altro, che quella candela che eravamo avesse troppo vento contro, ed era bello e al tempo stesso brutto sentirla ancora accesa: l'avevo già persa una volta e sapevo, o almeno intuivo, che se l'avessi persa di nuovo, be'
, semplicemente non ce l'avrei fatta.
Pag 339
La notte più incredibile della mia vita cominciò con il rumore del CD che entra nel lettore e che incredibilmente spara a tutto volume Where the Streets Have No Name, la voce di Nina che alla mia sinistra dice che gli U2 non sono così male, che quel CD lo porta sempre con sé, da settimane
ascolta solo quello.
«Ma... sei seria?»
«No, sono Nina.»
La notte più incredibile della mia vita fu l'odore di finta pelle con cui erano rivestiti i sedili di una macchina che non so neanche che macchina fosse, e poi fu il sibilo a sinistra di tutte le altre auto che ci passavano di fianco, ognuna diretta chissà dove, e i miei: "Dove stiamo andan-do?" e i suoi "Vedrai...", i miei "Certo, vedrò, certo, come no..." e poi il suo: «Michi, devo dirti una cosa».
«Cosa.»
«E che non so come dirla.»
«Boh intanto prova, poi vediamo.»
La notte più incredibile della mia vita fu una di quelle di prima estate, quelle che i grilli fanno casino dalla finestra e sembrano chiamarti ad affacciarti ad ascoltarli e respirare, niente di più, ascoltarli e respirare, e io ero in una macchina di marca e modello ignoti seduto di fianco a una ragazza che a un certo punto mi disse: «Michi, io volevo diventare soffione perché non volevo più soffrire. Ma la mia natura è essere orchidea, io sono un'orchidea, e questa è una cosa che non si può cambiare. E grazie a te ho capito la cosa più ovvia e allo stesso tempo anche la più difficile».
«Quale?»
«Che se smetti di soffrire piano piano smetti anche di sapere cos'è la felicità.»

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