#GEOGRAFIA DI UN DOLORE PERFETTO - Enrico Galiano

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Ero un bambino che aveva paura del buio. Lui la voce che me la faceva passare.

Eravamo uniti, un tempo.

Quel qualcosa che ti unisce anche da distante. Quel tipo di legame per cui ogni tanto senti un filo che ti tira. Ti volti, non c'è nessuno: e allora lo sai cos'è. Chi è.

Da bambino sei convinto che i tuoi genitori moriranno quando sarai molto vecchio, perché quarant'anni per i bambini è un'età da vecchi. Poi a quarant'anni ci arrivi davvero e, se ti muore un genitore, in un attimo ti scopri ancora bambino. Lo specchio ti mostra il viso di un uomo fatto ma tu vedi solo la stessa paura di rimanere da solo, lo stesso abat-jour lasciato acceso tutta la notte, lo stesso bisogno di avere altri cinque minuti per giocare insieme.


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Ci riuscii solo mesi più tardi, grazie a due mani adulte che mi tenevano i fianchi. Pedalavo e sapevo che c'erano quelle mani, e nemmeno mi resi conto che a un certo punto stavo pedalando da solo, ero io e solo io a tenermi in piedi, ce la stavo facendo ed era stupendo, e se guardo quella scena con gli occhi di adesso, con gli occhi di padre, so che essere genitori è esattamente questo, essere lì, mani sui fianchi, accompagnare la vita e poi a un certo punto togliersi, ma in quel togliersi esserci ancora, esserci come non mai, ecco cos'è essere padre, togliersi essendoci ancora, essendoci sempre, lasciare come eredità nel cuore la sicurezza che tu sarai sempre lì, anche quando non ci sarai, soprattutto quando non ci sarai: darti la forza di sapere di non essere mai solo.

Sparire, ma in quello sparire essere spinta: mani che fai sentire salde sui fianchi anche a distanza di anni e di cadute, abbracci che restano impressi e che fanno poi tollerare ogni solitudine, parole dette con così tanto amore da bastare per tutti i silenzi a venire. Quelle mani sui fianchi, però, non erano quelle di mio padre, ma quelle del padre di un mio amico.

Il mio, ormai, era andato via.


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Gli occhi di una mamma e di un papà non sono solo occhi, ma specchi: ti ci guardi e vedi te stesso come loro vedono te, hai del tuo viso l'immagine che loro ti restituiscono. Solo che non vale un istante, non è come quei giorni in cui lo specchio ti rimanda indietro una faccia che non ti piace e allora pazienza, domani andrà meglio: è al tempo stesso fotografia fissata nel tempo, per cui ogni volta che passerai davanti a uno specchio sarà sempre in parte quello stesso specchio là, ti farai più alto e forte e non ci penserai più, ma ti rivedrai sempre, un po', con quegli occhi con cui venivi guardato da piccolo. Ci si può liberare da tutto, tranne che da uno sguardo.


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La memoria con gli anni si trasforma sempre più da archivio fotografico a bottega di un pittore: non sempre ciò che vediamo è quel che è accaduto, ma è solo ciò che vogliamo credere sia successo.


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«La vita ci spezza tutti, ma alcuni diventano più forti nei punti spezzati.»

Che bella questa frase di Ernest Hemingway, e a me piacerebbe crederlo, anzi l'ho sempre creduta vera, verissima, la più mia delle frasi, perché mi sono sempre sentito spezzato e forte nei punti spezzati, ma ora so che non parlava di me, so che era una bella storia che mi raccontavo; io non faccio parte di quelli più forti, io ho solo scelto con consapevolezza feroce e implacabile di indurirmi, di trasformare la mia pelle in scorza dura, di tenere gli altri lontano abbastanza da non potermi fare alcun male.

Lontani abbastanza, per non fare 1o male a nessuno.

Questa non è forza. No.

Non è neanche fragilità, o debolezza. Ha un altro nome, che non esiste se non nel cuore di un bambino che già da piccolo sperava, un giorno, di non sentirsi più spezzato.


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Il tempo passa e, come vento, gratta sulla superficie del muro; sotto la crosta, appaiono le vere ragioni di gesti che ci sembravano senza senso: forse lei aveva pensato che scrivere potesse essere la mia salvezza, la mia zattera di legno nella tempesta, che se non parlavo con lei almeno coi fogli ci avrei potuto parlare.

Le parole d'amore quasi mai sono davvero parole. Più spesso, sono citofoni che suonano. Mestoli di legno che girano dentro cioccolate calde. Una cosa in più buttata nel 

carrello al pensiero "gli piacerà". Un bacio dato sulla fronte di un bambino che dorme. Un'uscita in farmacia di notte.

Un messaggio con dentro una canzone.

Una madre che appoggia un diario con lucchetto su un comodino.


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Più passa il tempo, più mi accorgo che non buttiamo via proprio niente, mai. I ricordi vanno a nascondersi in certi cassetti dell'anima e poi, in un giorno a caso, in un'ora a caso, apri il cassetto sbagliato ed eccoli lì. Sfogli le fotografie con la bocca mezzo aperta e ti chiedi com'è possibile che dentro di te ci possa stare così tanta vita, come fai a contenere tutti quegli istanti, il profumo del pane in quelle albe al mare, quel bacio alla stazione, l'odore della carta dei libri vecchi, il rumore della pioggia in sottofondo quel pomeriggio mentre facevi l'amore con quella ragazza, la corsa in ospedale la notte in cui è nato tuo figlio, e poi ancora e ancora, tutta quella vita e tu così piccolo, non ci riesci a credere.

Li metti via perché fanno troppo male, quei ricordi; oppure perché fanno fin troppo bene: rivedersi così felici può ferire, se è un po' che hai smesso di esserlo. Non è vigliaccheria: è spirito di sopravvivenza.


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Forse è quello il motivo per cui perdere e perdersi sono quasi

la stessa parola: perdere è un po' perdersi, c'è una solitudine nella sconfitta, uno smarrirsi nel restare indietro. Perdere è un po' perdersi quando non hai vicino qualcuno che, qualunque cosa succeda, sarà mappa e bussola, quando non hai qualcuno che sia stella da fissare nella notte. Perdere è un po' perdersi quando ti sembra che gli altri ti stiano vicino tintantoché tunzioni, tintantoché servi: ma se solo cadı, se solo cedi, poi chi s'è visto s'è visto. Perdere è un po' perdersi quando ci provi e non ce la fai, e senti di essere cascato in un mondo bello solo per quelli che ce la fanno.


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Da qualche parte ho letto che la vita, in realtà, è fatta di ultime volte, perché anche se ci piace raccontarci che ripetiamo sempre gli stessi gesti e le stesse azioni, non sono mai davvero gli stessi. Perfino quelle più banali, quelle che fai tutti i giorni in modo automatico e assente - il caffè del mattino con gli occhi ancora pesti di sonno, togliere la brina dal vetro della macchina d'inverno, la corsa sull'argine del fiume di sera -, tutte queste azioni così sempre le stesse hanno in realtà qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo e di ultimo insieme. Ci piace credere alla favola che siano ripetizioni di altri giorni, i nostri giorni, e invece sono tutti unici. Unici e ultimi.

E poi, in mezzo a queste ultime volte, ci sono volte più ultime di altre.

Te lo dovrebbero dire, ci vorrebbe un avviso, una notifica nel cellulare, che ne so: Questa è l'ultima volta che parlerai con questa persona. Uno si regolerebbe, ci metterebbe dentro tutto quello che può. Ti prepareresti un discorso. Faresti tutte le prove che ti servono. Arriveresti lì e potresti perfino leggerlo, con tutte le pause a effetto nei momenti giusti, l'intonazione perfetta, la postura e tutto quanto. E ti saluteresti senza quei maledetti non detti che se ne stanno lì, come lettere mai spedite o messaggi non visualizzati. Sarebbe più corretto, no?


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Quando stiamo male, le cose sono tre: o ci siamo messi nel posto sbagliato, o c'è qualcuno che non ha molto rispetto per noi.

Oppure, in realtà, non stiamo davvero male: stiamo semplicemente cambiando.


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«Lo vedi, allora?»

«Che cosa?»

«Che anche tu fai le foto alla vita, invece di viverla davvero. Potresti essere felice, ma quando la felicità si avvicina la mandi via!»


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E anche i rapporti a volte fanno questo giro. Il tempo non guarda in faccia a nessuno, leviga, erode, spacca, trasforma: e due che in una vecchia foto in bianco e nero se ne stavano abbracciati su un muretto, che si guardavano come non ci fosse nessun altro al mondo, finiscono per non parlarsi più.


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Se fosse qui, mi ricorderebbe per la millesima volta che da piccolo non amavo il mare e preferivo la piscina. Mi prendeva in giro perché una volta eravamo in vacanza in un posto che aveva anche una piscina, e io stavo tutto il tempo li anziché andare in spiaggia con lui. È che io amavo l'acqua, ma non ero bravo a nuotare, mentre lui sì. Il mare mi ha sempre fatto paura, mentre Nando era uno che da giovane si buttava giù dai ponti a recuperare le monetine che i turisti gli lanciavano. Ho visto le foto, sembrava Bud Spencer alle olimpiadi. Voleva insegnarmi a tuffarmi, ma io me la facevo sotto dalla paura. Che smacco ogni volta leggergli negli occhi la delusione di un figlio che scuote la testa e non vuole saltare. Il sospetto di non essere il figlio che avrebbe voluto era come un brusio costante e impercettibile, divenuto poi rumore di fondo e certezza, quella notte di neve.


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E poi guardi gli altri, quando stai così. Ti chiedi: ma come fanno? Ti senti come uno che sta annegando e guarda la gente che prende il sole sulla riva, vorresti essere loro e non tu a incrociare le dita dentro le tasche dei jeans.


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«Come fai a essere sicuro di trovarti nel posto giusto, se non ti sei mai davvero perso?».


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«Ma cosa vuol dire amanti strani, se posso?» le chiedo.

«Certo che puoi! Vuol dire che ci amavamo, ma senza fare l'amore. Ci davamo solo baci, e poi parlavamo tanto, parlavamo sempre.»


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Io e lei è questo che eravamo: due che si mancavano.

Lì, dentro quel gesto ripetuto infinite volte, c'è la nostalgia di due che si riescono a voler bene solo da lontano e che poi, quando sono lì, faccia a faccia, alla fine si mancano. A volte per un pelo, a volte per una vita.

Ci sfioravamo, ma senza mai prenderci davvero: il nostro problema non era il disamore, ma la mira.

Mancarci era quello che facevamo quando ci chiedevamo perché l'altro non chiamava e poi non alzavamo la cornetta. O, se lo facevamo, poi l'altro stava in silenzio dall'altra parte.

Mancarci era quello che facevamo quando ci voltavamo,

sperando di vederci.

Mancarci era quello che facevamo quando cercavamo una foto insieme e non ne trovavamo mai.


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È proprio come con la Terra, sì, che sembra piatta ma non lo è. E più corri via da un punto, più in realtà stai solo facendo un giro un po' più lungo per andargli dritto addosso.

I viaggi sono sempre dei ritorni, anche quando sono po sti che non sai, posti che non hai visto mai, tu non lo sai ma stai sempre tornando a casa, ti stai sempre cercando, specie quando credi di sapere perfettamente dove sei.


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È come coi vampiri.

I vampiri fanno così, loro ti mordono e poi se ti mordono diventi come loro. Cosi sei anche tu un vampiro, ora, e vai in cerca di qualcuno da mordere e che, se lo mordi, diventa vampıro come te. E cosi che tunziona.

Lo stesso è con l'amore, quando lo fai mancare.

L'amore spetta a tutti, ma l'amore che ti spetta e che non viene è come il morso del vampiro. Allora diventi vampiro anche tu, solo che ancora non lo sai. Cresci, e un bel giorno ti scopri animale notturno, a odiare la luce e amare la solitudine. Vivi, fai le tue cose come tutti, ridi perfino, godi, fai l'amore, ma sei vampiro e non lo sai. Non sai che stai solo cercando qualcuno da mordere.

Non lo fai mica apposta, non sei nemmeno tu in fondo, ma solo l'eco di un morso ricevuto da altri, altre vite fa: sei come posseduto da qualcosa che comincia molto prima di te.


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Quando succede, i geografi dicono ci sia solo una cosa da fare, per salvarsi: guardare su. Cercare una stella. E poi andare dritti dove ci dice lei.

Può avere i contorni di un amore, o anche quelli di un dolore. Di un desiderio come di una paura.


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È stato un attimo, brevissimo, fra il sonno e la veglia. Una consapevolezza di un istante: adesso cominciavo a capire.

Cominciavo a vedere.

Forse quel dolore mi serviva.

Forse non era arrivato per caso.

Forse quel dolore era li per ricordarmi che ognuno ama a modo suo. E se non riesci a capire l'amore di un altro, non significa che non sei amato.

Non puoi vederle le stelle di giorno, ma loro ci sono lo stesso. Sono sempre lì anche se non le vedi. E quando è notte, è da loro che devi tornare per orientarti. 



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